Mettiamo il braccialea chi attende il giudizioLiberi 28.564 detenuti

<div>Appello al guardasigilli Nitto Palma: applichiamo lo strumento a chi è in attesa di giudizio. Così lo Stato risparmia oltre un miliardo l’anno</div>

Qualche anno fa ho conosciuto Francesco Nitto (abbreviazione di Benedetto) Palma, attuale ministro della Giustizia. M’è sembrato la personificazione dell’equanimità. Non conosco dote migliore ascrivibile a un politico che per un lungo tratto della sua vita è stato un magistrato. Ci siamo poi visti in altre occasioni e mai è vacillata quella prima impressione che ebbi di lui. Quand’era deputato, ho avuto occasione di «moderarlo» (si fa per dire: egli incarna la moderazione fin dal tono di voce) in un dibattito dal titolo provocatorio, Processo alla giustizia. Mi ha anche concesso il privilegio di affidarmi in lettura, per un giudizio preventivo, il manoscritto di un suo romanzo, che poi ha deciso di rimettere nel cassetto (peccato).

La premessa serve a chiarire che Nitto Palma, nonostante passi per un caratteraccio, non si adombrerà se oso offrirgli un consiglio su un tema quasi irritante di fronte all’escalation di reati che imporrebbero i ceppi a vita per i reclusi: il braccialetto elettronico.
La nostra Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del detenuto. Purtroppo la Corte costituzionale ha introdotto suggestioni sociologiche secondo cui al reo non va protratta la pena in carcere qualora dimostri d’essersi ravveduto e l’ergastolo è da considerarsi illegittimo essendo inutile rieducare un assassino se poi non lo si rimette di nuovo in circolazione (nel caso uccidesse ancora, avremmo la prova che non s’era rieducato). Le conseguenze? Basta sfogliare i giornali. Le pene sono diventate virtuali: il codice commina 10 anni, ma se ne scontano solo 4; commina la galera, ma la si sostituisce con gli arresti domiciliari; commina multe milionarie, ma il nullatenente non le pagherà mai.

La Corte avrebbe fatto molto meglio a occuparsi dei diritti umani violati per colpa di un sistema carcerario in cui, al 30 settembre scorso, 67.428 detenuti risultavano ammassati come bestie in 206 penitenziari che al massimo potrebbero accoglierne 45.817 e gli indagati in attesa di giudizio, gli appellanti e i ricorrenti, insomma i non condannati in via definitiva, erano addirittura 28.564, ben il 42% del totale (contro una media del 10-20% negli altri Paesi). E benché l’esperienza insegni che la metà di questi 28.564 cittadini verranno poi assolti, ciò non impedisce che nel frattempo siano sbattuti in celle sovraffollate insieme con i delinquenti abituali, costretti per mesi all’inerzia, brutalizzati.
Eppure la tecnica moderna mette a disposizione dello Stato uno strumento che consentirebbe di evitare questa barbarie. È il braccialetto elettronico, già applicato a 100.000 detenuti negli Stati Uniti, a 60.000 nel Regno Unito e a un numero imprecisato in Svezia, Belgio e Olanda. Si tratta di un trasmettitore Gps da fissare alla caviglia, che trasmette in tempo reale a un server centrale la posizione di chi viene scarcerato. In Germania hanno calcolato che tenere un detenuto in prigione costa 800 euro al giorno, mentre sorvegliarlo sul territorio col sistema satellitare non richiede più di 20 euro. Il 97,5% in meno. Il braccialetto viene fornito dal produttore al costo di 7 euro al giorno; i rimanenti 13 euro vanno all’azienda che gestisce il servizio informatico.
Qualcuno sostiene che col bracciale elettronico si corre il rischio di liberare schiere di reprobi che potrebbero macchiarsi di ulteriori crimini. Obiezione illogica: il rischio - meglio, la quasi certezza - sussiste già col nostro sistema attuale. Anche il soggetto più balordo capisce che non gli conviene commettere un reato in un luogo dove egli può essere localizzato all’istante: la prova a suo carico sarebbe schiacciante.

Una volta che il braccialetto fosse introdotto su vasta scala, case circondariali e agenti di custodia diventerebbero come per incanto più che sufficienti, non occorrerebbe stanziare altri fondi per faraonici piani di edilizia carceraria e si recupererebbero gli spazi dove far lavorare i galeotti che devono espiare la condanna dietro le sbarre. Moltissimi detenuti telesorvegliati potrebbero essere obbligati a sgobbare nei campi e nelle fabbriche, nella manutenzione dei corsi d’acqua e dei boschi, nelle opere di difesa del territorio. Sarebbe una pena ben più afflittiva dell’ozio per molti che non hanno mai piegato la schiena in vita loro.
Non è chiaro quanto costi oggidì tenere un recluso in gattabuia. Secondo le statistiche ufficiali nel decennio 2000-2010 lo Stato ha speso mediamente 138,70 euro al giorno, esclusa l’edilizia carceraria. Prendo questo ottimistico importo per buono. Ebbene, applicando il bracciale a 25.000 detenuti (una cifra ragionevole, essendo inferiore al numero degli indagati che, per principio, non dovrebbero stare nelle celle in questo preciso istante) si risparmierebbe ogni anno oltre un miliardo di euro.
Ci faccia un pensierino, signor ministro della Giustizia. Magari ne parli col suo collega Giulio Tremonti. Dovrebbe trovarlo interessatissimo.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it