Mettiamo la serratura ai mobili della cucina

I nutrizionisti danno ormai per scontato che i bambini paffuti siano destinati a diventare obesi da adulti, con tutti i guai e i costi sociali che ne conseguono. E i pediatri concordano nel sostenere che il più formidabile incentivo al sovrappeso precoce venga dalle cosiddette merendine. Prendo per buone entrambe le teorie e regalo un’idea ai vari Boffi, Schiffini, Scavolini, Salvarani: perché non dotate di serrature le vostre cucine? Dovreste fare in modo che le ante delle credenze si possano chiudere con un giro di chiave, così da risultare inaccessibili ai nostri figli.
Dite che il lucchetto è poco pratico? Sono d’accordo. Basta una combinazione a tre numeri, come quella delle valigie. Oppure, visto che ormai gli arredamenti da cucina sono più costosi dei locali che li contengono, potreste metterci un tastierino numerico come quello che pigiano i medici per aprire le porte scorrevoli delle sale operatorie. Con tutte le altre inutili diavolerie di cui ornate i vostri mobili, non sarà certo un gadget elettronico in più a far lievitare il prezzo finale. Prevengo anche le obiezioni sulla praticità d’uso: ci vuole un optional che consenta di disattivare l’ambaradan quando gli adulti spadellano in cucina e hanno bisogno di aprire in continuazione frigorifero e dispensa.
È necessario agire al più presto, subito. Altrimenti le nuove generazioni cresceranno più a Kinder Bueno, Tegolini del Mulino Bianco e Pringles che a pane, mele e insalata. Osate chiedermi perché? Primo: le merendine sono pratiche, sempre pronte, a lunga conservazione, molto appetite dai bambini e più ancora molto pubblicizzate dalla Tv, perciò sfido chiunque a espungerle dal carrello della spesa (e poi bisognerà pur avere qualcosa da metter sotto i denti per la prima colazione). Secondo: entrambi i genitori lavorano fuori casa e non possono controllare che cosa mangiano i figli mentre sono affidati alle colf o, peggio, lasciati soli. Terzo: è assai improbabile che gli spinaci diventino una valida alternativa, considerato che la casalinga italiana mediamente scongela e cuoce per non più di 40 minuti al giorno (è statistica). Quarto: le nonne hanno perso la funzione che esercitavano nella famiglia matriarcale e non possono più essere usate né come cuoche né come vigilantes, perché o sono confinate negli ospizi o sono tutte prese dai loro ecodoppler quotidiani in ospedale e dalla ginnastica di mantenimento in palestra con cui sperano di consegnarsi all’eternità. Quinto: le baby-sitter se ne fregano se i marmocchi s’ingozzano di snack, l’importante è che non strillino mentre loro cinguettano al telefonino col ganzo di turno.
Mi sono imbattuto in una ricerca scientifica compilata tre anni fa, Merendine italiane: oltre il pregiudizio, in cui il professor Gianni Tomassi, presidente della Fondazione per lo studio degli alimenti e della nutrizione, cercava eroicamente di dimostrare che «una porzione di merendine assicura dal 6 al 7% dell’energia giornaliera necessaria per bambini/ragazzi, mentre una porzione di merenda tradizionale fa salire questa percentuale dall’8 al 12%» e che «una merendina contiene circa 3 grammi di grassi saturi, contro i 14 – tanto per fare qualche esempio – di una fetta di crostata casalinga e i 9 di un panino al formaggio o di un cornetto gelato».
Non ne dubito. Ma, a parte il fatto che il corposo dossier è stato compilato in collaborazione con l’Associazione industrie dolciarie italiane, il che lo rende quanto meno sospetto, qui si sta parlando di quantità, cioè di due, tre, sei merendine al giorno sgraffignate con destrezza e consumate prima e dopo i pasti. E se non sono merendine sono biscotti. E se non sono biscotti sono patatine.
Ho sott’occhio una brioche che va per la maggiore, farcita con crema pasticcera. Leggo che non contiene grassi idrogenati «coerentemente con quanto raccomandato da numerose fonti scientifiche internazionali (tra cui l’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione e l’Organizzazione mondiale della sanità)». L’idrogenazione è il processo utilizzato per rendere i grassi più solidi e facilitare la lavorazione dell’impasto. «Certo, rinunciare al loro utilizzo equivale ad assumersi i maggiori costi», scrive sull’incarto l’azienda che ha meritoriamente deciso di non farvi più ricorso. Scusate, ma allora i costi pregressi chi li ha pagati, in termini di peso e di salute? E i vostri concorrenti che continuano imperterriti a ricorrere all’idrogenazione chi li fermerà?
UN PREMIER PER IL BURKINA FASO. Il numero 666 («Qui sta la sapienza...») di Internazionale, rivista che pubblica il meglio dei giornali di tutto il mondo, ha dedicato la copertina al governo Prodi visto dalla stampa estera. «Rimandato», sentenziava il titolo sul faccione del premier. All’interno, 26 corrispondenti accreditati a Roma davano il voto all’esecutivo di sinistra. Media: 5,7. Neanche la sufficienza. Ma a stupire di più erano le vignette a corredo degli articoli di critica della stampa straniera, tutte aventi per protagonista Prodi. Ce n’erano di Riber Hansson, disegnatore satirico dello svedese Svenska Dagbladet, e di Rainer Hachfeld del tedesco Neues Deutschland, ma anche di Christo Komarnitski, che in Bulgaria lavora per il quotidiano Sega e per il settimanale Sturshel, di Tom Janssen del foglio protestante Trouw edito in Olanda e persino di Damien Glez, collaboratore del Journal du Jeudi e dell’Evénement che escono nel Burkina Faso. A parte le eccezioni del Giornale e di Libero, è assai difficile rintracciare sulla stampa italiana una così assidua attenzione dei vignettisti per il presidente del Consiglio. Che Prodi sia più popolare nel Burkina Faso?
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it