La mia domenica bestiale

Caro direttore, le scrivo per scelta personale, anche se credo d'interpretare la voce di tanti italiani della seconda specie, quella storicamente negletta e derisa del tifoso domenicale. Siamo gente normalissima, per la verità. Gente che lavora cinque o sei giorni la settimana, riservandosi poi una mezza giornata per la dose settimanale di pallone. Stadio o tv, spesso prima stadio e poi tv. È persino ovvio come non vadano confusi con noi i dementi sanguinari tipo Catania: nella maggioranza dei casi, quelli non lavorano durante la settimana, diciamo che aspettano soltanto la domenica per esercitare l'unico mestiere adeguato alle loro facoltà mentali, il povero deficiente.
Permetta che parli di me, italiano medio, pacificamente dedito dall'infanzia al nostro sport più diffuso e più popolare. Nel pieno rispetto per la famiglia del poliziotto ucciso, e naturalmente in totale accordo con la scelta di fermare i campionati, vorrei solo raccontare questa mia prima stranissima domenica senza partite. Un nulla, in confronto a quella vissuta dai ragazzi e dalla moglie dell'ispettore Raciti: ma pur sempre la prima domenica di serrata totale, per decreto superiore, o forse sarebbe meglio dire per criminale scelta di teppisti farabutti. Confesso che in casa mia hanno cercato subito di accogliere la novità guardando a qualche lato positivo: almeno, ho sentito dire, finalmente avremo più tempo per noi. Per fare qualcosa di diverso. Io, piuttosto a disagio e abbastanza confuso di fronte ai nuovi ritmi, ho cercato solo di assecondarli. Mi sono detto: può essere che questa domenica diversa riesca persino a consolarmi, a spazzare via il senso di cupo respirato dopo la notte del delirio e del lutto.
Non posso certo star qui a fare la cronaca minuto per minuto della giornata. Anche perché ancora adesso mi sembra interminabile. Dirò in rapida sintesi. Data l'eccezionalità dell'evento, in famiglia ne hanno approfittato per esaudire un sogno che si trascinavano da tempo immemorabile: fare spesa all'outlet. Non avendo il minimo appiglio per esonerarmi dall'impegno, ho seguito moglie e figli nel rito satanico. E lì, finalmente, ho scoperto come funzionano queste strane Las Vegas dell'illusione griffata: in pratica, per pagare i prodotti la metà, colonne di persone apparentemente normali spendono il doppio di quello che avevano previsto.
Avrei voluto dire qualcosa. Ho visto negli occhi di tanti italiani come me la stessa voglia di dire qualcosa. Ma la particolare situazione ce l'ha impedito: questa era la domenica del nostro castigo, più o meno diretto, più o meno meritato. Come profughi di una tempesta furiosa, potevamo soltanto lasciarci trasportare dall'onda.
Tante mogli hanno cercato di scrutare dentro di noi un qualche segno di serenità, per non dire di allegria. Aleggiava la segreta speranza che qualcuno di noi, improvvisamente, stringesse in un caldo abbraccio il proprio amore e pronunciasse le fatidiche parole: «Hai ragione, la domenica all'outlet è bellissima. E io che per tanti anni sono andato alla partita. Sono un cretino. Giuro che non ci vado più...». L'hanno sperato. Invano. Nessuno di noi è riuscito a pronunciare queste parole. Credo che guardando profondamente nei miei occhi si potessero leggere soltanto la malinconia di un rimpianto e l'assillo di una domanda: ma a quest'ora avremmo già segnato?
Eppure, caro direttore, i momenti più delicati dovevano ancora arrivare. Dopo un frugale trancio di pizza allo «Spizzico» dell'outlet (proprio io, che prima del match ho una dieta tutta mia, nel piazzale dello stadio: panino con porchetta, birra gelata e caldarroste care come pepite), dopo questa eccitante esperienza fuoriporta, siamo rientrati a casa. Abbiamo acceso il televisore. Per dirla con mia moglie, «c'è solo l'imbarazzo della scelta». Vado nell'ordine. All'ora in cui solitamente io assisto al micidiale aggiramento degli esterni nel tre-cinque-due, Raiuno proponeva con Domenica in una torrenziale intervista a un certo Enrico Brignano, stimolato da trenta ragazze sullo sgabello, coordinate dal damerino Giletti. Il livello? Per dirle: ad un certo punto, una ragazza chiede all'attore «ci può far vedere qualcosa?». Prontissimo, Giletti: «Ma come, signorina, far vedere cosa, stiamo attenti, eh eh». E l'altro, Brignano, tanto per alzare il tono: «Caso mai dopo, a trasmissione finita...». Normale, ho cambiato canale. Su Raidue davano Kramer contro Kramer: niente da dire, un buon film, sempre meglio della Ventura, ma all'ottava volta che lo vedi dà come uno strano senso di già visto. Lo ammetto, magari la colpa è mia: io sono riuscito a vedere otto volte soltanto Italia-Germania, finale del Mundial '82, urlo di Tardelli rallentato e ripetuto fino allo sfinimento...
Passaggio a Raitre, documentario sul Canada: fatto bene, e come no, ma troppo struggente per questa giornata. Meglio, molto meglio, una vera boccata d'ossigeno, un Ollio e Stanlio d'annata su Rete 4 (che difatti vogliono mandare sul satellite). Lo dico sinceramente: mi sono fermato lì. Anche perché prima era abortito un temerario tentativo di andare su Canale 5, con Buona domenica: la Perego conduceva l'infuocato dibattito su una tizia russa buttata fuori dal Grande fratello, perché - se ho capito bene - protagonista di qualche porcellata sotto le lenzuola. Terribile. Poi dice che sono volgari gli striscioni negli stadi. È in quel preciso momento che ho pensato come, in fondo, noi dentro gli stadi non siamo poi così peggio di quelli davanti al televisore...
Certo, lo so benissimo: avrei potuto assumere la mia modica quantità di calcio seguendo i dibattiti sulla violenza che andavano via come il pane sulle varie reti locali. Ma sono sincero: sentire questi sbracatissimi giornalisti invocare il pugno di ferro, loro che hanno trovato un mestiere insultando in video i dirimpettai, non mi riesce. Non ho lo stomaco.
Caro direttore, ho preferito chiuderla lì e andare a dormire più presto del solito (di solito, per vedere i gol della B, arrivo all'una). Steso sul cuscino, sguardo perso sul soffitto, ho chiuso gli occhi coltivando un sogno. Glielo svelo, perché in fondo è anche una proposta concreta, proprio adesso che tutti stanno studiando quali pene infliggere ai tifosi violenti. Va bene la galera, va bene l'idrante, va bene il manganello. Però io chiederei questo: perché, una volta scontata la pena in senso stretto, non aggiungere anche una pena accessoria, infliggendo loro tutte le domeniche questa mia tranquilla domenica allo sbando?