Michela Barona, la Lady dei mobili in stile che «danno emozioni»

Subito dopo il matrimonio ha cominciato a progettare arredamenti perché non trovava pezzi di suo gusto per la sua casa. Così è nato il marchio «Le Fablier»

Fossette sulle guance, capelli neri, occhi scuri, sguardi diretti. Michela Barona è una donna decisa che sa affrontare la vita con coraggio, che non indietreggia di fronte ai rischi ma che nello stesso tempo ama sognare e lasciarsi ogni tanto avvolgere da un po' di romanticismo. Anzi, da quando è tornata single e non va più a cavallo e in barca a vela in quanto è riuscita anche a spostarsi due vertebre mentre stava facendo retromarcia al volante dell'auto, il sapore del romanticismo le piace sempre di più. Ed è così capace di occuparsi di giardinaggio nella nuova casa di Valeggio sul Mincio, di stare in compagnia di un alano e un setter, Cleo e Lady, di leggere un libro davanti al caminetto oppure semplicemente di fantasticare. Su di sé ma anche sul suo lavoro partito veramente da zero.
Il mobile che emoziona. Già, perché la signora Barona, che ha solo 42 anni, si è inventata un lavoro progettando, producendo e vendendo mobili da metà della sua vita. Ma mobili, chiarisce, «che danno emozione. Mobili da favola».
All'inizio, nel 1981, non è da sola in questa avventura. Con lei c'è un uomo che nello stesso tempo è socio e marito. A 17 anni infatti Michela si sposa, perché in attesa di un bambino, con un giovanotto che ha conosciuto sul lago di Garda e che non ha nemmeno quattro anni più di lei, Elio Zuccotti, ragioniere di Castelnuovo, provincia di Verona, e studente di economia. E non pensa nemmeno ai mobili. Anzi, è il marito a pensarci in quanto lascia l'università e va a lavorare in un'aziendina della zona che produce letti e armadi ma che spesso si dimentica anche di pagare gli stipendi. Così lei, che nel 1981 mette al mondo il piccolo Matteo che oggi ha 25 anni e studia scienze naturali a Parma, si occupa in un primo tempo di turismo e in seguito di catering nel senso che prepara in casa piatti e panini che poi va a vendere nei bar di Peschiera e dintorni con la sua Dyane azzurra. Insomma, all'inizio la coppietta si barcamena. Ma c'è l'amore. E il mondo, dice, «sembrava nostro».
Michela nasce in Svizzera, a Zofingen, da genitori italiani emigrati per lavoro. Il padre si chiama Giovanni, è del 1935, originario della Valtellina e fa il disegnatore. E a Zofingen va a disegnare in un'azienda che produce lavelli e cucine. La madre, Imelda, è invece del Bellunese e fa l'operaia. Ed è proprio a Zofingen che i due si incontrano. Nel 1960 nasce così Viviana, la figlia maggiore, nel 1964 Michela. L'anno dopo la famiglia rientra in Italia, prima a Milano e poi a Peschiera. Dove tuttora risiede. Michela studia a Verona, ogni mattina 25 chilometri in treno da Peschiera alla scuola più cinque chilometri a piedi da casa alla stazione, diplomandosi corrispondente in lingue estere. Ma è a Peschiera, d'estate zona di incontro per tutti i giovani dei dintorni, che un giorno incontra Elio. E se ne innamora. Si sposa a 17 anni e tre giorni. Poi lei ed Elio vanno ad abitare con il piccolo Matteo nei pressi di Castelnuovo, a Cavalcaselle, nella casa messa a disposizione dai genitori di lui.
Cercano mobili e... Vogliono arredarla con mobili classici, con mobili cioè non di antiquariato in quanto «i soldi per comprarli non ci sono», ma nemmeno mobili troppo moderni. E per quanto vadano in giro tra i mobilieri della bassa veronese, non trovano quasi niente di loro gusto. E viene così fuori l'idea: commercializzare quei mobili che a loro piacciono ma non sono prodotti dai tanti mobilieri della zona. Subito seguita da un'altra idea: farli disegnare da un architetto ma secondo i loro gusti, farli poi produrre da qualche artigiano locale e curarne infine la vendita presso i rivenditori di mobili. Ed ecco prendere corpo il progetto che sin dall’inizio delega totalmente la produzione all'esterno.
Con i soldi ricevuti come regali di nozze comprano qualche soggiorno e camera da letto in modo da avviare l'attività, si rivolgono poi a un architetto per realizzare la prima collezione in noce massiccio, usano come uffici e deposito il capannone dove il suocero di Michela allevava polli, acquistano un vecchio camion che ha sulle spalle tanti anni da sbuffare ogniqualvolta deve affrontare qualche salita. E dal momento che sembra esserci solo un altro esemplare in circolazione, quello utilizzato dai pompieri di Bolzano, non si contano le telefonate per avere qualche pezzo di ricambio o per chiedere informazioni.
Comincia l’avventura. Elio e Michela fanno di tutto, persino gli autisti quando devono portare i mobili a destinazione. Anzi, s'inventano anche la figura di un fantomatico fratello gemello di Elio in modo da non fare capire ai clienti che imprenditore e autista sono la stessa persona. Soldi all'inizio comunque pochi, davvero pochi. «Correvamo come dei pazzi per fare fronte alle cambiali», ricorda Michela. Le banche sono troppo care, così una volta i due si fanno prestare cinque milioni delle vecchie lire, che allora non erano pochi, dal proprietario del distributore di benzina del paese. I parenti sono infatti piuttosto stretti nell'aprire i cordoni della borsa mentre sono molto aperti nel dispensare consigli in dialetto veneto ai due giovani sposi: «Chi non ha arte, chiude bottega». Ma Elio e Michela stringono i denti e vanno avanti. Prendono una segretaria che sappia districarsi con la contabilità e nel 1986 danno anche un nome all'azienda nata semplicemente come Zuccotti Elio. E dopo avere sfogliato i dizionari stranieri, trovano il nome che cercano: Le Fablier, in francese il favoliere, la raccolta di favole. Un nome, spiega Michela, «che doveva rendere chiaro lo stile romantico ed elegante dei mobili».
Separati ma ancora soci. Nel 1992, quando gli affari cominciano ad ingranare la marcia giusta o quasi, cominciano le incomprensioni familiari. Elio e Michela finiscono per separarsi, con lei che resta nella stessa casa di prima e lui che va ad abitare a Mantova. Ma restano curiosamente soci nell'azienda e continuano anche a lavorarci, con lei che sta sempre più in ufficio e con l'ex che invece sta molto spesso fuori. Così trasferiscono la sede a Valeggio sul Mincio, sviluppano la rete commerciale composta attualmente da oltre una ventina di agenti che seguono 800 punti vendita, ampliano la rete dei terzisti per la produzione e la lucidatura fino ad avere una quarantina di artigiani della bassa veronese e dell’area di Bassano del Grappa a cui si aggiungono a partire dal 1999 due aziende terziste in Romania, istituiscono un ufficio stile.
La comunicazione. Dice Michela, dal 2000 amministratore unico di Le Fablier: «Senza Elio l'azienda non sarebbe mai partita, senza di me l'azienda non sarebbe mai diventata quella che è». Ed infatti è lei che nel 1994 spinge l'acceleratore sul fronte della comunicazione perché, sostiene, «se nessuno sa della nostra esistenza, è inutile vendere mobili di qualità».
Prima fa pubblicità sulle riviste femminili con i nomi dei clienti che sono nello stesso tempo rivenditori, poi dal 2000 sulle reti televisive a cominciare da Mediaset. Ed in questo caso lo fa con un messaggio, dice, «arrogante»: in una festa di giovani in quanto chi compra mobili, afferma, «è giovane, il 65% ha meno di 35 anni», ci sono tre amiche che si aggirano curiose tra le stanze. E quando se ne vanno una delle tre graffia per invidia il comò con un anello.
L’impresa «leggera». Oggi Le Fablier è un'azienda cosiddetta «leggera»: all’interno ha la contabilità, la progettazione e la gestione della produzione, il marketing, la comunicazione, l'ufficio commerciale e quello estero. All’esterno invece l'intera produzione che per il 30% è realizzata in Romania. I dipendenti sono 60 con un indotto di circa 600 persone (500 in Romania), il fatturato supera i 22 milioni di euro con l'export ancora basso, appena il 3-4%, in quanto la strategia di vendere all'estero è partita appena nel 2005. Con buoni risultati in Spagna e Russia e con punti vendita anche a Pechino e New York. Le spese per la ricerca toccano l'8% del fatturato e quelle per la pubblicità il 10%, è in costruzione un'altra sede con un magazzino innovativo rielaborato da un ingegnere elettronico, è nato nel 2004 un nuovo marchio di nome Barona per i mobili dal design moderno, è in fase di lancio una nuova linea che non ha ancora un nome ma si ispira alle culture dei vari Paesi esteri. Una linea etnica, spiega Michela, «che ha in comune con le altre il calore. Non vendo assi di legno, vendo atmosfera».
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