Le mie 15 idee per un sistema più moderno

Rispondo all'articolo che il professor Quagliariello ha scritto ieri in materia di riforme costituzionali. Il professore ritiene insufficiente il testo all'esame della Commissione Affari Costituzionali della Camera, critica il mancato interpello del Senato sulla riforma di quella Camera, ironizza sulla mia opinione per la quale l'Unione dovrebbe procedere da sola se la CdL intendesse bloccare il processo di riforma per dissensi che riguardano non il contenuto della riforma, ma la Rai o altre materie estranee.
La Commissione sta esaminando un testo redatto non dalla sola maggioranza ma da due relatori, uno di maggioranza, l'on. Amici (Ulivo) e l'altro di opposizione, l'on. Bocchino (An). Su questo testo c'è stata una lunga discussione all'esito della quale, il 31 luglio, per venire incontro a richieste avanzate dall'on. Bruno (Fi) a nome di tutta l'opposizione, e con il consenso unanime dei gruppi, si è deciso a) di ritirare tutti gli emendamenti sino ad allora presentati, b) di riaprire il termine per nuovi emendamenti sino al 19 settembre, c) di iniziare l'esame degli emendamenti il 25 settembre per concluderlo in quella settimana. Ho quindi indicato, sulla base della discussione svolta, 15 punti che raccoglievano un consenso unanime o, su singoli punti, assai ampio, ben oltre i confini della maggioranza.
Si tratta delle seguenti proposte: 1) riduzione a cinquecento del numero dei deputati; 2) riduzione orientativa del numero dei senatori, in relazione alla composizione, a duecentocinquanta; 3) per gli eletti all'estero, valutare la loro appartenenza ad una o ad entrambe le Camere, in relazione alle funzioni attribuite a ciascuna di esse, e alla legge elettorale; 4) elettorato attivo e passivo al Senato e alla Camera a diciotto anni di età; 5) differenziazione delle funzioni delle Camere con attribuzione alla sola Camera dei Deputati del potere di dare e togliere la fiducia; 6) le funzioni legislative devono essere semplificate, di modo che il superamento del bicameralismo paritario non comporti aggravamenti del procedimento legislativo; 7) potenziamento della sede redigente; 8) il Senato federale deve essere rappresentativo delle realtà regionali e locali e non deve essere pregiudicata la sua autorevolezza istituzionale; 9) impegno per l'esatta ed inequivoca definizione delle materie per le quali è previsto, come oggi, un procedimento legislativo bicamerale; 10) potere del Presidente della Repubblica di nomina e revoca dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri; 11) il Senato deve essere sempre in grado di richiamare i provvedimenti di competenza della Camera, che mantiene il voto finale secondo le modalità previste dalla Costituzione; 12) è disciplinato il ricorso ai decreti-legge; 13) il Governo può chiedere, secondo le modalità indicate dai regolamenti parlamentari, che un disegno di legge sia votato entro un termine determinato; 14) si dovrà discutere dell'ammissibilità della sfiducia costruttiva; 15) la riforma dell'articolo 117 della Costituzione farà parte di una distinta proposta di legge.
Non so se queste misure siano sufficienti. Forse non lo sono. Ma se riuscissimo a vararle, cominceremmo a rendere un servizio non trascurabile ai cittadini.
Il professor Quagliariello lamenta che non sia stato sentito il Senato sulla riforma che lo riguarda. È esatto; ma solo perché il Senato interverrà, nella sua piena autonomia, quando il testo verrà approvato, se verrà approvato, dalla Camera. D'altra parte la Camera, correttamente, non è stata previamente consultata dai colleghi senatori sulla legge elettorale che la riguarda e che è all'esame del Senato. Interverrà quando il testo della riforma, una volta approvato dal Senato, giungerà nelle sue aule. Così funziona il bicameralismo.
Cosa deve fare l'Unione se la CdL non fosse più d'accordo nel lavorare alla riforma, non per dissensi sul merito, ma per ragioni estranee, come ad esempio la nomina del dr. Fabiani nel Cda della Rai?
Io credo che su quelle riforme che rispondono ormai al senso comune e sono prive di qualsiasi carattere partigiano (riduzione del numero dei parlamentari, velocizzazione delle procedure legislative, incremento dei poteri del governo, differenziazione delle funzioni delle Camere, riduzione a 18 anni dell'età per l'elettorato attivo e passivo ad entrambe le camere) l'Unione debba andare avanti qualora il dissenso della CdL provenisse da altri terreni, estranei alla riforma costituzionale. Lo dico perché l'Italia attende, dopo circa trent'anni di sterili dibattiti sulle grandi riforme, una riforma di media portata che le serva a competere in velocità di decisione con le altre grandi democrazie europee. Non è utile farla attendere ancora.
Diverso sarebbe il discorso, naturalmente, per riforme più conflittuali, da quella elettorale alla completa revisione del Titolo V della Costituzione. Su questi temi sarebbe comunque necessario il concorso dell'opposizione perché le scelte possibili non sono sedimentate né nella cultura costituzionale, né nelle Aule parlamentari, né nell'opinione pubblica.
D'altra parte se, come è possibile, le prossime elezioni politiche dovessero essere vinte dalla CdL, non sarebbe sua convenienza governare con un sistema più veloce e più moderno?
Luciano Violante
* parlamentare dell’Ulivo, presidente della I Commissione Affari costituzionali