Milano, scarcerati gli ultras Il gip di Roma: "E' stato attacco ai poteri dello Stato"

Il magistrato sbaglia legge: &quot;Non avevo il Codice con la nuova norma&quot;. Dei dieci fermati domenica, otto liberi e due ai domiciliari. <strong><a href="/a.pic1?ID=220574" target="_blank">Leggi il dossier segreto: &quot;I piani dei violenti da stadio&quot;</a></strong>

Milano - «Eh sì, mi sono sbagliata, avevo una vecchia edizione della legge e così ho chiesto la scarcerazione...». Sono le undici e mezza di ieri mattina e nell’aula al piano terreno del palazzo di giustizia milanese si è appena consumata la fine ingloriosa della retata anti-ultrà che poche ore prima aveva portato in carcere dieci protagonisti delle violenze di domenica sera. Dopo altri estremisti del tifo è stato appena scarcerato anche il più pericoloso del gruppo: Riccardo Colato, 18 anni appena ma già leader indiscusso di Ambrosiana Skins e degli Irriducibili, il gruppo neonazista della Nord, la curva interista di San Siro. Colato, che alle spalle ha una lunga serie di violenze ed è indagato per associazione a delinquere, era stato identificato dal Nucleo Informativo dei carabinieri tra i protagonisti delle violenze scattate dopo la morte di Gabriele Sandri e la sospensione di Inter-Lazio.

A quel corteo Colato non poteva partecipare perché colpito dalla diffida in base al «Daspo», il decreto antiviolenze. E, in base al decreto legge varato nel febbraio di quest’anno, poteva essere tenuto in carcere. La nuova norma è riportata in qualunque edizione della legge, in vendita a pochi euro e consultabile su qualunque sito internet. Ma il pubblico ministero che ieri sosteneva in aula l’accusa contro gli ultrà, quella legge non l’aveva. E, in base ad una norma che non esiste più, ha chiesto e ottenuto che Colato - piccolotto, rasato, aria da aspirante duro - venisse liberato su due piedi. A pasticcio avvenuto, il pm mostra tutta la sua desolazione. E probabilmente si domanda perché a rappresentare l’accusa in un processo così delicato sia stata inviata lei - una neolaureata pagata a cottimo, un tanto a processo - invece che un vero magistrato.

Che, dopo i proclami della vigilia, l’aria per gli ultrà si fosse fatta decisamente più respirabile lo si era capito, d’altronde, già prima del sensazionale infortunio del pm. Dei dieci fermati di lunedì - tutti professionisti delle violenze da stadio, da tempo noti alle forze di polizia - quattro erano già stati scarcerati all’alba, dopo che un altro pubblico ministero aveva ritenuto inesistenti i presupposti per l’arresto. Altri quattro erano stati scarcerati da un altro giudice: nessun dubbio che avessero partecipato mascherati al corteo finito con le sassate contro la Rai e una caserma, ma nessuna «esigenza cautelare», ovvero nessun motivo per tenerli dentro. Prima dell’ora di merenda sono tutti liberi, accolti a pacche sulle spalle dalle altre teste rasate che dal mattino stazionavano nei corridoi del Palazzaccio milanese.

Alla fine della giornata, gli unici a non tornare in circolazione sono Aldo Carone e Fabio Pistoia, i due interisti catturati domenica notte da una Volante mentre scrivevano sui muri di San Siro frasi come «D’ora in poi domenica è sinonimo di violenza», «Morte agli sbirri» e «Dieci cento mille Raciti». La Procura aveva chiesto il loro arresto per istigazione a delinquere aggravata dalla minaccia all’integrità dello Stato. Interrogati ieri pomeriggio dal giudice Guido Salvini, i due si sono dichiarati pentiti, «abbiamo fatto una sciocchezza». A quel punto il giudice ha deciso di modificare l’accusa in semplice istigazione a delinquere, e ha ordinato nei loro confronti gli arresti domiciliari. Dei dieci arrestati per le violenze ultrà, insomma, in cella non è rimasto nessuno.