Milano vince la partita finanziaria con Roma

Il marchio Capitalia destinato a sparire di scena. E la trattativa non ha previsto ruoli di primissima linea per i suoi manager. Finisce un'epoca. Tra i delusi anche Intesa, che perderà "contatto" con le Generali

Milano - Le banche italiane ci hanno messo 15 anni a capire che dovevano mettersi insieme, fondersi per raggiungere respiro e dimensione internazionale. Spagnoli, tedeschi, francesi ci erano già arrivati nel secolo scorso. Poi nel giro dell’ultimo anno è cambiato tutto, con l’arrivo di Mario Draghi alla Banca d’Italia. E Unicredit-Capitalia si è fatta in 20 giorni scarsi. Ma nella fretta si rischia di perdere di vista alcune questioni. Per esempio: chi vince e chi perde con questa operazione?

A Roma il sindaco Walter Veltroni si è detto preoccupato: è uno di quelli che forse ha perso. Sembra che, pacatamente, se ne sia parlato anche ieri nel patto dei soci di sindacato di Capitalia. In ogni caso è la fine di un’epoca: a metterla giù nella maniera più secca questa è la cessione di Capitalia a Unicredit, negoziata in prima e solitaria persona da Cesare Geronzi. Che andrà a fare il presidente di una banca terza, Mediobanca. Mentre il marchio Capitalia, costruito dal nulla in questi sei anni anche per prendere le distanze dall’immagine un po’ opaca della Banca di Roma, scompare per sempre. Né si trovano, tra i nuovi vertici, tracce importanti dei manager che hanno portato Capitalia a decuplicare il suo valore di Borsa. Emblematica la presenza di figure di spicco dell’istituto romano alla conferenza di ieri: il presidente del patto Vittorio Ripa di Meana, il vicepresidente Paolo Savona, il dg Carmine Lamanda, il presidente di Mcc Franco Carraro. Passaggio di consegne.
Ha «vincicchiato» anche il rivale storico di Veltroni nei Ds, Massimo D’Alema.

La buona accoglienza che il nuovo Unicredit ha ricevuto da quelle parti del Partito Democratico è sotto la luce del Sole. Così come non sono nascosti i mal di pancia di Prodi per il rafforzamento del maggiore antagonista di Intesa Sanpaolo, l’altra superbanca nata l’estate scorsa, che tanto aveva entusiasmato il premier. E qui, forse, il suo presidente Bazoli è uno di quelli che ha perso, o che potrebbe perdere qualcosa: la presa sulle Generali, primo socio privato italiano di Intesa, e che d’ora in poi saranno marcate molto più strette da Unicredit. E questo perché con il 10% la banca di Profumo resterà l’unico grande socio di Mediobanca, che delle Generali è primo azionista. La cartina al tornasole si avrà proprio in Mediobanca, dove emergono come vincenti le figure dello stesso Geronzi e del dg Alberto Nagel, futuro leader operativo. Ma chi comanderà davvero? L’assemblea del patto di sindacato governa attraverso il direttivo, dove siedono oggi Geronzi e Profumo. Ma domani siederà solo Profumo. E sarà dunque determinante il suo ruolo nell’assemblea dei soci, chiamata a nominare il consiglio di sorveglianza. La cui presidenza, ottenuta da Geronzi, potrebbe anche rivelarsi un ruolo rappresentativo. Ma attenzione: il presidente ha nove vite. Ancora quasi tutte da giocare.