E Taliedo divenne Linate aeroporto mai decollato

Le prime piste aprirono nel 1911 lungo via Mecenate. Negli anni Trenta nasce lo scalo dedicato a Forlanini

Creando l'uomo, Dio decise che una forma di audacia gliela avrebbe preclusa. Il volo. A quella volontà Icaro non si adeguò mai. Le provò tutte, perché volteggiare nell'aria non era soltanto desiderio. E non era soltanto fascino. Ma una sfida impossibile. A sé stesso e all'Onnipotente che gli aveva tarpato le ali. L'inderogabile sentenza divina non ha fatto sconti nemmeno al gentil sesso volante. Gaby aveva vent'anni e un sorriso d'altri tempi, come i suoi cappelli che profumavano di Belle Epoque e avevano l'anima di una dama. Ma Gabriella, femminuccia con i pantaloni nell'era del Fascio, non voleva saperne di pianoforte e danza classica. Nacque controcorrente. Più di vezzose sottane, amava il rombo dei motori. E il frastuono delle turbine era melodia. La scintilla, nel suo cuore di ragazza, scoccò in una visita agli stabilimenti della Breda, dove i vagiti avevano il timbro duro degli aerei. I fiori d'arancio sbocciarono allora. E la sventurata rispose. Avrebbe sposato una cabina di pilotaggio.

Era l'età in cui le coetanee facevano gli occhi dolci ai ragazzi, cercando marito. Lei, i lineamenti aggraziati ma decisi, li rivolse all'unico oggetto del suo amore. Una carlinga. E fu monogamia nei cieli. Si ritrovò con diciannove anni in tasca e un brevetto in mano. Francesco Monti, il suo istruttore all'aeroclub Milano, glielo consegnò orgoglioso. Quella ragazzina indomabile scese in pista nel giro di Lombardia. Il settimo posto la convinse che poteva volare più in alto. E la sua breve e intensa fama iniziò li. Divenne per tutto il mondo Little Gaby e poi si trasformò nella Figlia di nessuno. La vita fu magia breve. Per lei. E a raccontarla sarebbe stata la piccola Olivia, che pascolava le sue mucche. Vide l'aereo e salutò. Gaby rispose, senza sapere che nel millennio successivo, quella ragazzina, ormai più che ottuagenaria, avrebbe dedicato proprio a lei l'unico libro che scrisse. E raccontò di Gabriella, che decollò con il raid europeo e si schiantò con quello asiatico. Era l'estate del '32. Fu l'ultima. Ma forse anche la prima e unica che mai ebbe davvero.

Inseguendo la chimera di Francis Lombardi, asso dell'aria, toccò otto Paesi del Nord Europa. Quando atterrò a Milano, scese dalla scaletta per mano alla mamma. Nella tappa finale volle volare con la sua bambina. E a Taliedo, quando si aprì il portello, fu un osanna. Tra applausi e occhi lucidi. La sua Milano. E da qui ripartì dopo pochi mesi. Destinazione Delhi. Gaby aveva conquistato il mondo, ma aveva sfidato Dio. E sul deserto libico una tempesta di sabbia avvolse il suo cavallo d'acciaio. Li travolse e la uccise. Scomparve così. E per qualche giorno, di lei non si seppe più nulla. Ma le ricerche furono ostinate quanto la sfortunata pilota sulla quale anche il Duce pianse. E dopo la fierezza per quell'ardimentosa figlia d'Italia e l'«Aquila d'oro» con cui la fregiò, decise che quello di pilota era mestiere da maschi. Loro, le donne, avevano già l'arduo compito di pilotare casa e bambini. E tanto bastò.

Così soffocò le velleità di altre eroine. Promesse o presunte. Ma le ferite del cielo sanguinavano ancora. Erano passati solo quattro anni dall'impresa di Umberto Nobile e il dirigibile Italia. Anche lui partì da Milano. Anche lui rischiò la morte. La memoria era fin troppo viva e Gaby sembrava dissolta nel nulla. Poi le dune dell'oasi di Uadi el Ghelta restituirono le lamiere e il corpo di una giovane donna senza più vita. Atterrò a Taliedo, da dove era decollata un pugno di giorni prima, per trovare la pace eterna a soli ventun anni. Il suo aereo è al museo della Scienza, il suo corpo al Monumentale. Dove vigilano fedeli poche parole su una lapide. «Ed or non batte più che l'ala del mio sogno».

Anche l'aeroporto, allora unico scalo milanese, non le sopravvisse. Forse fu destino. Nato un anno prima di quell'audace fanciulla, morì con lei. Il nome l'aveva preso in prestito dalla cascina più importante fra quelle che abitavano le risaie. L'ultima a essere abbattuta per costruirne le piste. Lo definirono aerodromo perché aveva qualcosa di più confidenziale e dilettantesco eppure, per tutta la prima guerra mondiale, da lì erano decollati velivoli militari. Ebbe il tempo di veder partire gli apparecchi per la Libia nel 1911, ma trovò anche l'occasione per sorridere. Quando la pubblicità scese come la pioggia e l'aviatore Angelo Bigliani lasciò cadere sulla città diecimila volantini della Cinzano.

Gianni Caproni, un sorridente trentino, nato austriaco e ritrovatosi italiano dopo la Grande Guerra, era un industriale aeronautico e la bufera bellica per lui fu una fortuna. Di caccia ne aveva venduti, ma il tempo di pace significava crisi. Fu l'esperienza a suggerirgli l'idea. Se si volava per bombardare, lo si poteva fare anche per diporto. L'uso civile dell'aereo lo spinse a trasferire gli stabilimenti a Taliedo, lungo quella via Mecenate e piazza Ovidio che conservano ancora oggi bastioni di memoria.

Proprio il traffico di passeggeri decretò la morte del piccolo scalo. Troppo a misura d'uomo per collegare Milano al mondo. E nel '32 la proposta di un aeroporto vero giunse sul tavolo del ministro Italo Balbo. A firmarla fu un conte che poco era in dimestichezza con il volo. Marcello Visconti di Modrone aveva fondato un cotonificio a Vaprio d'Adda ma era il podestà di Milano. L'idea piacque e l'anno successivo iniziarono i lavori nel paese confinante. Linate ricadeva per metà sotto Segrate e per l'altra metà sotto Milano. Il copione fu identico. L'insediamento agricolo fu cancellato e un'aerostazione vera e propria sostituì pascoli e coltivazioni. Uomini, date e avvenimenti rincorrevano le coincidenze. Fu intitolata a Enrico Forlanini, figlio di una schiatta di medici che votò la vita al volo ma il «suo» aeroporto non lo vide mai. Era morto da sette anni quando fu inaugurato. Il 21 ottobre del '37 non era stato scelto a caso. Quello stesso giorno del 1867, lo scienziato aveva sperimentato il primo modello di elicottero a uso civile che solo nel 1938 ricevette il battesimo dell'aria. Erano passati sei decenni e altri otto lo dividono da oggi. Ma in tanto tempo Linate non è mai diventato grande.