«MILITARIA» Le falangi dei Trent’anni

A Breitenfeld, nel 1631, fu decisivo l’assetto simile a quello di Alessandro. Ma arricchito da strumenti moderni

Quando il comandante dell’esercito imperiale, conte di Tilly, giunse sulla piana di Breitenfeld - poco a nord di Lipsia - decise che là avrebbe dato battaglia. La posizione era favorevole: poteva appoggiarsi a un terreno rialzato, godere di un’ottima visuale e di facilità di movimento.
La mattina seguente, 17 settembre 1631, schierò il suo esercito: al centro i quadrati di fanteria o tercios, come li chiamavano gli spagnoli. Erano la forza della tradizione appiedata dell’epoca: i fanti schierati in densi quadrati con al centro i picchieri la cui asta, lunga circa sei metri, veniva abbassata contro gli avversari; sembrava la versione moderna dell’antica falange macedone, quella che aveva rovesciato l’impero persiano dietro la guida di un giovane di nome Alessandro. Intorno al tercio vi erano moschettieri e archibugieri, le cui armi a miccia erano efficaci sino circa a un centinaio di metri. Il loro tiro non era coordinato: facevano fuoco il più velocemente possibile, in media un colpo ogni due minuti. Erano lenti e impacciati, i tercios, ma pressoché inarrestabili. Sul fronte Tilly dispose due batterie di cannoni e sulle ali la cavalleria, mentre egli restava alla testa della riserva, quasi tutta montata. Erano corazzieri e archibugieri: i primi, protetti da una pesante corazza e armati di lunghe pistole a ruota, attaccavano in folte formazioni e, giunti a pochi metri dal nemico, la prima fila scaricava le armi, lasciava il posto alla seconda e così via; era il caracollo (caracol, «lumaca»), una tattica al trotto che richiedeva molto addestramento. Gli archibugieri, con armi di gittata più lunga, avevano una funzione di appoggio.
Era il trionfo tattico della tradizione, ma i fanti e i cavalieri imperiali a Breitenfeld vivevano un’epoca profondamente diversa da quella del Grande macedone: era il Seicento europeo sconvolto da una guerra che sarebbe durata Trent’anni. Né potevano sapere, quel mattino, che un’alba di cambiamento era spuntata su di loro, una «rivoluzione» militare che li avrebbe sì visti protagonisti, ma perdenti.
A fronteggiarli vi era un esercito armato in modo simile ma addestrato in modo profondamente diverso. Il giovane re di Svezia Gustavo II Adolfo schierava i fanti in brigate, composte da tre battaglioni (skvadron) appoggiati da cannoni. La grande novità era che i moschettieri sparavano in modo coordinato con un impatto devastante, anche sul piano morale. Pure la cavalleria svedese adottava una nuova tattica: più leggera dei corazzieri, era intervallata da moschettieri così da contrastare il fuoco del caracollo nemico; in attacco inoltre privilegiava l’attacco portato a fondo con la spada sguainata. Era un atteggiamento tattico innovativo, che quel giorno fece strage della macchinosa tradizione imperiale. In un pomeriggio, le sorti della guerra tra cattolici e protestanti vennero rovesciate.
Questa imprevedibilità della battaglia è uno degli elementi più rilevanti del fatto d’arme, da sempre e a qualunque latitudine. Perché ciò che «fa» una battaglia, insieme alla tecnica, l’addestramento, la disciplina, il morale, la logistica, la tattica e varie altre componenti, è la mente del comandante (non solo di quello in capo, ma anche dei quadri intermedi), l’occhio di chi vede il momento propizio, prepara e coglie l’occasione. Perché anche il caso - che è pure un altro elemento imprescindibile della guerra e delle battaglie - può essere affrontato. E ciò è vero sia per la «classica» battaglia in campo aperto, come Breitenfeld, oppure per quell’altro genere di battaglie che sono gli assedi.
Il quinto volume di «Militaria» affronta una quarantina di scontri dall’Antichità al ’700, con una netta predilezione per l’area europea. Il resoconto del contesto storico, degli eserciti e delle battaglie è serrato, sul filo di un’informazione sintetica ed essenziale da un punto di vista sia storico, sia tattico e strategico, con spazio per gli aspetti tecnici.