Le mille avventure di un ragazzo chiamato coraggio

Passò la vita con la valigia in mano, andando da un continente all’altro con entusiasmo. Sempre disponibile a nobili avventure come Tintin, il protagonista del fumetto di Hergé, che ricordava anche fisicamente. Come l’audace cronista in knickerbocker, ebbe l’aria dell’eterno fanciullo. Il corpo minuto ma solido, il volto da ragazzino che a 30 anni lo faceva sembrare di 15, a 100 somigliare a un folletto. Fu, innumerevoli volte, il primo: a arrivare sul posto, a fare l’impossibile, a osare l’inosabile. Il suo ardimento gli dette fama, ma solo quella; ad altri un’immensa ricchezza; a tutti una più vasta conoscenza del mondo. Tra i suoi beneficiati, il libico Gheddafi. A lui il colonnello deve il petrolio, sola ricchezza del Paese e unico sostegno del regime.
Tutto accadde sei anni prima che il dittatore col turbante nascesse. Italo Balbo, governatore della Libia, chiese al Nostro di raggiungerlo a Tripoli per affidargli una missione. I due avevano rapporti di cordialità. Commilitoni nell’VIII Alpini durante la Grande Guerra, militavano entrambi nel PNF. Il Nostro era un apolitico, ma aveva preso la tessera fascista per evitare intoppi nel suo lavoro di docente di Geologia all’Università di Milano. Giunto in Libia, Balbo lo incaricò di trovare l’acqua. Il geologo cominciò a trivellare metodicamente l’immensa colonia. Trovò numerose vene finché, giunto tra le sabbie della Sirtica, notò che all’acqua estratta si mescolavano idrocarburi, prima gassosi, poi liquidi. Aveva scoperto che, sotto le apparenze di un deserto spoglio, la terra libica possedeva il petrolio! Per stabilire quanto fosse ricco il giacimento, arrivarono tecnici dell’Agip con potenti sonde. Il lavoro era a buon punto, quando lo scoppio della Seconda Guerra, lo interruppe. Il Nostro, intanto, aveva anche realizzato la prima carta geologica di tutta la Libia, segnalando, tra l’altro, ottimi giacimenti di potassio.
Negli anni Cinquanta, perduta guerra e colonia, all’Italia subentrarono le compagnie petrolifere statunitensi. Gli yankee ripartirono dalle ricerche del Nostro che fu anche più volte consultato dai nuovi venuti. Essenziale risultò il contributo della sua mappa del sottosuolo e i risultati non si fecero attendere. Nel 1959, la Esso scoprì un giacimento capace di produrre 2.782.500 litri di greggio il giorno. Il luogo era lo stesso, al millimetro, dove l’italiano aveva individuato prima della guerra una riserva di potassio. Il Nostro aveva fatto il lavoro, ma il frutto andava ad altri.
Torniamo però all’anteguerra. Delegata all’Agip la prosecuzione delle ricerche sul suolo della Sirtica, il geologo chiede licenza a Balbo di tornare a Milano dalla famiglia. L’amico non fa obiezioni e lo lascia partire, ma avverte Amedeo d’Aosta, viceré d’Etiopia, che il prezioso consulente è «sfaccendato». Il Duca coglie l’antifona e invita il geologo a esplorare il Nilo Azzurro alla ricerca di oro e platino. Lo scienziato non resiste alla tentazione, affronta il broncio della sua pazientissima moglie, e riparte per l’Africa lasciata pochi mesi prima.
Il viaggio comincia sotto pessimo auspicio. Il trimotore S79, decollato durante un temporale dall’aeroporto Montecelio di Roma, è colpito da un fulmine. Perde paurosamente quota e rientra per miracolo con un’elica in frantumi. All’alba del giorno dopo, il Nostro riparte e giunge finalmente a destinazione. Ma la nuova avventura è sotto cattiva stella. L’Etiopia pullula di ribelli ostili all’occupazione italiana. Accompagnato da 15 Galla armati di rudimentali fucili a tre colpi, il Nostro si inoltra nella savana, cavalcando scomodi muletti, peraltro indocili. La carovana gira alla larga da villaggi infestati da peste bubbonica, ha continui problemi di approvvigionamento, finché è assalita nottetempo da predoni Sciftà. Alcuni Galla restano uccisi e il Nostro si salva perché il tubo di lamiera nel quale custodisce le carte geografiche gli fa da scudo. L’oggetto, con la vistosa ammaccatura della pallottola, è conservato oggi dall’Associazione a suo nome. Come non bastasse, di oro e platino neanche l’ombra. Sola nota positiva dell’infelice spedizione, la scalata «amatoriale» del geologo sul Tullu Gergo, una cuspide di roccia che si innalza per qualche centinaio di metri nella foresta vergine.
Il vero amore dell’esploratore erano infatti le montagne e le nevi eterne. Friulano di Palmanova, la cittadella a forma di stella a nove punte, il Nostro aveva cominciato bambino ad arrampicarsi. Diciottenne, volle a ogni costo combattere la Grande Guerra tra gli alpini, anche se il medico militare, avendogli trovato i piedi piatti, aveva detto: «Non sai camminare. Piccolo come sei, puoi solo arruolarti in Cavalleria». Niente di più falso, come sappiamo. Da giovane scienziato, aveva studiato i ghiacciai dell’Ortles e del Cevedale. A 65 anni, fece un viaggio in Antartide. Ma già prima, cinquantasettenne, aveva compiuto l’exploit che lo rese celebre, regalando all’Italia un primato mondiale. Diresse l’impresa con un pugno di ferro che gli dette fama di durezza. Ma anche di possedere quel tipo di coraggio già iscritto nel suo nome.
Chi era?