Le mille correnti della Dc bonsai

Nei suoi tempi gloriosi la Dc era sostenuta dalla disciplina ecclesiastica che imponeva l’unità dei cattolici nel voto. Questa sicurezza e il clima che creava la comune appartenenza cattolica rendeva possibile la divisione in correnti, sicché essere divisi era il modo democristiano di vivere uniti. La Dc fu un capolavoro politico che le consentì di mantenere a lungo il governo dell’Italia. Dietro le correnti e la loro divisione vi era la spartizione dei poteri pubblici, dei ministeri, ciascuno assegnato a una corrente.
Abbiamo oggi una mini Dc che, come quella storica, è alternativa alla destra e alla sinistra: essa aspira a essere non più il cuore del potere ma l'ago della bilancia delle maggioranze.
La mini Dc è nata a caso, dalla improvvisa decisione di Berlusconi di non ammettere Casini nel Popolo della libertà se non con l’inserzione diretta. Casini fu costretto a una scelta autonoma: e così nacque il centro. Pierferdinando non era il solo, era già nato qualcos’altro. La gestione manageriale che Casini faceva della sigla aveva da tempo creato la scissione. E avevano cominciato Bruno Tabacci e Mario Baccini organizzando il manifesto di Subiaco: già il nome voleva dire identità cattolica contro lo stile di padre padrone di Casini, che traeva la sua forza da essere l’alleato scelto di Berlusconi tra i postdemocristiani. Nel contempo il manifesto di Subiaco aveva assunto un altro nome e si era reso autonomo dall’Udc. Il nome era significativo, la Rosa bianca, il simbolo dei giovani cattolici di Monaco che si immolarono distribuendo manifesti antinazisti, nel ’42, nel tempo delle SS. Il nome è un po’ pomposo per Baccini e Tabacci, ma esso indicava una linea antifascista, evidentemente diretta contro l’alleanza di Casini con Berlusconi e Fini. Tutto è precipitato con Casini licenziato, Casini è rimasto candidato a presidente del Consiglio ma il partito cambia nome e segretario, diviene Unione di centro. C’è dunque già nell’Unione di centro una destra, Casini, un centro, Pezzotta, e una sinistra, Tabacci. Dove collocare Baccini è più difficile, perché la sua storia viene dalla corrente di Sbardella che costituì, fisicamente e culturalmente, la corrente che più si poteva chiamare di destra nella Dc. Ancora una volta appaiono le correnti nell’atto di fondazione; le differenze sono vistose, l’unità debole, collocata sulla definizione di essere cattolici in politica. L’Unione di centro è come la vecchia Dc senza disciplina ecclesiastica e senza la potenza del potere, una nanoDc, già divisa in correnti dalle storie dei suoi componenti.
Famiglia Cristiana critica tutti, quindi anche l’Unione di centro, ma il rimprovero più sostanzioso rivolto dai padri paolini all’Udc è quello di candidare in Sicilia Salvatore Cuffaro. Ora la fede cattolica sarà l’essenza della Dc ma Salvatore Cuffaro è la sua esistenza, l’Udc non esiste nella penisola, solo Baccini ha qualcosa a Roma. L’Udc è nata succhiando il sangue di Forza Italia in tutto il Paese, ma avendo la sua zona propria soltanto a Palermo. I paolini possono rimproverare Cuffaro a Pierferdinando, ma egli è legato a «vasa vasa» dal cordone ombelicale della vita.
A complicare la figura politica dell’Unione di centro giunge la lista campana di Ciriaco De Mita, la cui corrente è una delle costituenti del Partito democratico. Tutti cattolici, ma politicamente opposti con elettorati diversi e culture diverse. Qui la memoria della Dc finisce e ne rimane l’incubo, quasi una fata morgana che disegna il mito delle origini, dopo avere compreso che quel tempo si è dissolto: le persone sono rimaste ma le forme politiche non sono più. Pensare che il sogno della Dc è nato anche a Berlusconi che ha pensato, ma non è riuscito, di far portare a Pizza lo scudo crociato originario nelle liste del Popolo della libertà nel Mezzogiorno. Ancora una volta il disegno di questa nuova Udc di portare via voti al centrodestra facendo segnali verso il Partito democratico: è quello che Casini ha sempre fatto, di qui lo scioglimento finale che lo ha travolto. Avvenire dà notizia e discreto appoggio all’Udc, ma un appoggio di maniera, perché nemmeno il giornale dei vescovi pensa che veramente si possano imbottigliare insieme Cuffaro e Pezzotta producendo una mini unità dei cattolici su storie culturalmente incompatibili.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it