Il Minotauro di Piero Chiara

Il Minotauro era uscito dalla sua grotta, aveva traversato la boscaglia che ne celava l’ingresso agli speleologi ed era andato a sedersi sopra una roccia ai limiti dello strapiombo, come ogni giorno verso il tramonto. Il suo sguardo scorreva sulla chioma sottostante dei boschi e si soffermava sopra i paesi lontani, sovrastati da piccoli banchi di smog, prima di perdersi nella pianura, dentro la lunga e bassa nube grigiastra che indicava, in lontananza, la grande metropoli. Dalle strade, indistinguibili nel vasto piano, gli giungeva a tratti il lampeggiamento di qualche parabrezza d’automobile che si incontrava ad angolo giusto coi raggi del sole cadente.
Il Minotauro pensava, come ogni giorno a quell’ora, agli uomini e agli animali che popolavano la terra, vicini gli uni agli altri e certamente fra loro nemici o avversi, ma uniti in un groviglio d’intimità e di calore inimmaginabile per chi, come lui, conosceva solo la solitudine, condannato com’era dalla sua mostruosa unicità a rifugiarsi nelle viscere della terra.
Assorto in quei pensieri, contemplava da lontano il mondo della comunità e della convivenza, lo immaginava nei suoi intrecci, lo avvicinava a sé col cannocchiale della fantasia e cercava di penetrarlo fino a scoprirne la legge fondamentale, nella speranza di trovare uno spiraglio per inserirvisi, tra gli uomini o tra i bovini, e metter fine al suo isolamento.
Il sole sembrava ritardare il passo nell’ultimo tratto del suo corso per concedergli il tempo di giungere a una decisione. Da sempre, infatti, i suoi pensieri erano stati come tagliati dall’ultimo raggio del sole che scendeva dietro le montagne, segnando l’ora improrogabile del suo rientro nella caverna. Oltrepassando la barriera delle constatazioni, il Minotauro era giunto quel giorno a un dilemma. Restare lontano dal mondo fino all’ultimo dei suoi giorni o affrontarlo e proporgli la sua figura e la sua realtà? Sarebbe stato accolto come l’anello di congiunzione che mancava tra l’uomo e le altre specie, o l’avrebbero soppresso?
In preda a quei pensieri che si erano fatti impellenti come non mai prima di allora, il Minotauro, che stava seduto a gambe accavallate, dava segni d’inquietudine. Ogni tanto alzava un braccio e impugnava il corno destro, sul quale faceva forza, quasi volesse smuoverne le radici dentro il cervello. Molte volte, provando l’una e l’altra delle sue corna contro il tronco di un vecchio faggio, aveva sentito, dentro la testa, un solletico piacevole seguito da un’illuminazione che gli apriva straordinariamente la vista sopra di sé e sopra la sua sorte. Erano i momenti in cui si chiedeva se la legge che gli pareva di avere intuito non fosse da ricercarsi in quella spinta che sentiva in sé verso gli altri esseri, o almeno verso un altro essere che lo completasse, umano o bestiale, simile a lui o diverso.
L’antro nel quale viveva poteva essere considerato, geologicamente, il canale deferente di un nodo idrico sotterraneo, notissimo all’orlo estremo, dov’era frequentato assiduamente dagli speleologi, attraverso un imbocco collocato a nord, a metà di una stretta valle. La cavità era di una tale estensione e di così vasta ramificazione, che solo da qualche settimana gli esploratori erano giunti al grande lago centrale, collocato alla base della montagna, perpendicolarmente alla vetta. Se ne era accorto rimuovendo un frammento di filo rosso che era servito agli speleologi per ritrovare l’uscita del labirinto.
Al Grande Lago conduceva anche il ramo dove viveva il Minotauro. Ma gli speleologi non se ne sarebbero mai accorti, neppure scoprendone l’ingresso, oltre l’intrico della boscaglia. Quell’entrata infatti aveva l’aspetto di una comune grotta, piuttosto ampia ma profonda non più di dieci metri. Nessuno avrebbe mai potuto scoprire, a qualche metro dal piano della grotta, la parete in bilico girevole contro la quale faceva forza il Minotauro con le corna quando si ritirava nella sua dimora e che poi fissava dall’interno con un gran sasso a forma di cuneo. Oltre quella porta naturale l’antro si protraeva per un centinaio di metri, allargandosi in grandi stanze perfettamente asciutte e cosparse, al suolo, di sabbie aurifere brillanti come un tappeto di fuoco. Mobili e suppellettili antichissimi, provviste secolari e riserve inesauribili si mantenevano inalterate in quell’atmosfera sotterranea, ossigenata attraverso gli strati terrosi e le radici delle piante, se non per invisibili e sottili meandri che come serpentine di un alambicco filtravano l’aria esterna e la riducevano non solo ad un tenore ideale di respirabilità, ma anche a una composizione chimica tale da riuscire adatta alla perpetua conservazione di ogni essenza, anche la più delicata. Una luce azzurra che emanava da alcuni fori della roccia, e non era altro che metano proveniente dalle viscere della terra, illuminava gli antri giorno e notte.
In quella reggia, aggirandosi tra vasi e stoffe forse intessute a Creta, il Minotauro aveva passato secoli senza uscire e senza pensare al mondo. Ma da quando, passando attraverso un’altra apertura chiusa anch’essa da un masso girevole, aveva visto gli speleologi sulla riva opposta del Grande Lago e aveva sentito per la prima volta la voce degli uomini, la sua esistenza era turbata. Usciva spesso dalla grotta verso il lato di ponente, traversava guardingo la macchia e si affacciava sopra il precipizio a guardare i paesi, le strade, le ferrovie e la città lontanissima, per sentire il fremito della vita dalla quale era escluso.
Tra gli speleologi ne aveva notato uno, coperto anche lui di una tuta di gomma e con un casco sulla testa, ma dal viso bianco e gentile e una voce argentina e squillante. Lo osservò lungamente e si convinse che la razza umana era divisa in due grandi famiglie analoghe ma profondamente diverse, benché l’una complementare all’altra. Un altro passo e stava per capire che era composta da maschi e da femmine e per scoprire quindi la legge o il segreto che gli era balenato tante volte sotto le corna.
Un giorno o l’altro, pensò, gli speleologi sarebbero giunti al masso girevole che chiudeva la sua reggia in direzione del Grande Lago. Là si sarebbero fermati e avrebbero segnato nelle loro carte: «Fine del ramo ovest». Al di là del masso, con l’orecchio teso, il Minotauro avrebbe udito il loro respiro e forse avrebbe potuto aggiungere qualche dato alle sue osservazioni.

Quel giorno venne presto. Traversato il lago con un canotto di gomma, due speleologi percorsero il budello fino al masso girevole. Il Minotauro, dall’altra parte, li sentiva palpare le pietre e cercare un passaggio. Vide perfino, da una fessura, un filo di luce della loro lampada elettrica.
Uno dei due speleologi, quello che si era arrampicato sulla parete per cercare un passaggio, era quello dal viso gentile e dalla voce suadente che aveva già notato la prima volta. Il Minotauro ne sentiva la voce, ormai più vicina a lui che a colui che stava in basso. Quasi per aiutarlo, spinse lentamente con le corna il masso nel punto giusto. L’esploratore credette di aver trovato il passaggio e avanzò nel buio, mettendo avanti un braccio, a tastoni. Ma dopo due o tre passi vacillò non trovando più appoggio. Sarebbe caduto nella galleria sottostante se il Minotauro non avesse alzato le braccia a sostenerlo.
Dopo averlo posato delicatamente ai suoi piedi, il Minotauro piegò il collo e facendo forza con le corna chiuse silenziosamente la fessura fissandovi l’enorme pietra. Dopo un lungo percorso nel buio il Minotauro giunse alla reggia con la sua preda in braccio.
Da quel giorno non ebbe più dilemmi da risolvere e finì la sua tristezza. Rinunziò anche alle solite uscite verso il tramonto e visse la sua esistenza di felice Minotauro.
Sui giornali della città lontana, si parlò per alcuni giorni delle ricerche condotte per rintracciare la ragazza scomparsa in una voragine della grotta che si era subito richiusa, come qualche volta accade, spiegavano i giornali, in certi tipi di rocce metamorfiche che alternano minerali lamellari o fibrosi a strati di sabbia alluvionale.
Piero Chiara
Il racconto, dal titolo Il Minotauro fa parte della raccolta Il rispetto della legge e altri racconti (ed. SE), nelle librerie dal 31 maggio