Il mio amico Sokurov è il vero erede del Rinascimento

Abbiamo visto il Faust. Prossimamente vedremo La Divina Commedia. Dico: vedremo, non leggeremo. Perché Aleksandr Sokurov ha tentato con il cinema quello che scrittori e illustratori si applicarono prima di lui a trasferire in immagini. Si tratta di opere che sembrano chiederlo evocando volti, situazioni, azioni che, nel passato, trovarono la più ampia corrispondenza nell’opera lirica. Ma tutte e tre le arti, letteratura, pittura e lirica hanno limiti: la letteratura l’astrazione, la pittura l’immobilità, il teatro musicale la finzione, pur animata. Soltanto il cinema consente un pieno ritorno alla realtà, e anzi il trasferimento nella realtà di parole, immagini e suoni. Il cinema è suprema e compiuta sintesi delle arti, in particolare di letteratura e pittura. Ma molto spesso umilia le sue infinite risorse in patetici teatrini ideologici o in storielle per il puro divertimento, per ciò che riguarda l’ambizione e gli obiettivi, e anche per insufficienza estetica e di mestiere di chi, non ispirato, affianca una diapositiva all’altra senza efficacia narrativa e capacità di incantamento.
Sokurov, più di altri, ha capito che il cinema è, potenzialmente, la più alta, duttile, espressiva, emozionante forma d’arte. E non intende accettare compromessi. Così la visione del Faust è una immersione totale in un mondo di invenzione che non vuole essere descrittivo e non pretende di tradurre l’opera di Goethe. Ma molto di più. Sokurov vuole essere Goethe, a partire dalla lingua e, favorito dal mezzo straordinario, fare più di quello che Goethe poté fare. Lo vedremo fra qualche anno nella Divina Commedia, essere Dante. E non è ambizione e neppure presunzione. È, semplicemente, senso di responsabilità. Devo fare i conti con le miserie, i pettegolezzi, le ideologie, i messaggi, o con l’essere dell’uomo? Sokurov non ha dubbi. Nulla più della letteratura ci rivela l’animo dell’uomo. Per questo Sokurov si confronta con Goethe, con Dante o con la grande arte all’Hermitage, come aveva fatto con L’arca russa.
E se è possibile avvicinarsi all’anima dell’uomo leggendo Goethe o Dante, il cinema dovrà andare più avanti. L’impegno è per lui, Sokurov, ma anche per noi cui non sono concessi sconti. Non siamo al cinema per divertirci, per ridere, neppure per piangere, ma per capire qualcosa di noi come quando leggiamo Ariosto, Cervantes, Dostoevskij, Borges o come quando ascoltiamo Mozart e Beethoven. Il regista - come artista - non può stare al di sotto di questi livelli se non per insufficienza poetica. E, se lo fa deliberatamente, tradisce il cinema. Sokurov è un grande artista con lo strumento più potente e più difficile. Noi entriamo nel buio e siamo guidati dalla sua luce, che è una luce diversa da quella di qualunque altro regista. Sokurov parte dalla parola, dalla storia e crea persone, uomini, demoni. Apre dentro l’arte, e la traduce in vita.
La prima immagine è tratta dalla Battaglia di Alessandro di Albrecht Altdorfer: cieli nuvolosi, montagne all’orizzonte viste in una prospettiva a cavaliere: una veduta vertiginosa senza precedenti e perfino più evocativa di quella del pittore tedesco. Sokurov annulla con il cinema quello che nell’arte è inevitabilmente virtuosistico. Preferisce essere visto che ammirato. E poi si entra nei luoghi della vita dove, con Faust e davanti a lui, si muove una variegata umanità. Assistito da un artista come Yuri Kuper che ha disegnato le scenografie, Sokurov ci porta per strade lungo muri scrostati, entro case, bettole, studi, laboratori, officine che ci costringono a trasferirci in quella dimensione come in una inevitabile macchina del tempo. Noi siamo violentati. Non possiamo più stare sulle nostre sedie nello spazio di quel cinema, nel nostro tempo, nella nostra mente. Siamo trascinati a essere lì, dobbiamo essere nella Cracovia di Faust per l’occasione ricreata a Praga.
Per questo l’opera inizia con la Battaglia di Alessandro del 1529. Faust è nato nel 1480 come Altdorfer che ha la coscienza di essere un Cristo mancato. Scende a patti con il demonio e sfida non per umana debolezza. Sa che nessuno sarà in grado di fargli del male come a nessuno è concesso di fare del bene. Il mondo è sordido e dominato dal male. E neppure Mefistofele può peggiorarlo. Così toccherà a Faust ucciderlo trasformandolo in vittima. Il limite di Faust è di essere un uomo. Nient’altro. A nessuno è concesso salire più in alto, cercare una vita oltre la vita. L’estasi è data dal piacere dei sensi in una festa con tante donne al bagno, dalla visione di Margarethe dal volto trasfigurato in una luce che non è dell’amore, ma della carne giovane e bella dalla natura trionfante in cieli nuvolosi attraversati dalla luce del sole e in grandi voragini d’acqua. Veri e propri idilli di natura. Ma lo sguardo di Sokurov nel cuore dell’uomo e davanti alla maestà della natura è sempre diritto, fermo, implacabile.
Faust non è nel racconto, nella lotta tra il bene e il male, nella vita e nella morte, ma nel suo spirito di irriducibile creatore. Faust, con quest’opera è lo stesso Sokurov.