"Il mio lavoro: 12 mila euro mensili giocando a poker in Rete"

Paolo Luini, perito informatico diventa in sole 24 settimane campione di
Texas Hold’em Nel 2010 si ripromette di puntare al tavolo verde
virtuale 2,4 milioni di euro

Scodellato dal destino a Verbania, sulle rive del lago Maggiore, dopo Las Vegas e il deserto del Nevada la regione del pianeta a più alto tasso di biscazzieri e giocatori d’azzardo, Paolo Luini dimostrò ad appena 13 anni di meritarsi la cittadinanza. Era il 1988 e il ragazzino aveva ricevuto in regalo, insieme con un’enciclopedia acquistata dai genitori, uno dei primi computer, neanche un Commodore 64 ma un Mmx che salvava i dati sulle audiocassette anziché sui floppy disk. Con quello elaborò un programmino per le schedine del Totocalcio che il padre Flavio, elettricista all’Enel, era solito compilare ogni fine settimana. «Mi bastò immettere un po’ di combinazioni per azzeccare tre 13. Purtroppo papà e i suoi amici avevano la mania di modificare i miei pronostici all’ultimo momento, infilandoci quella che chiamavano “la sorpresa”, e così mancarono due 13. Comunque col rimanente 13 e due 12 saltò fuori dalla ripartizione una discreta quota, che servì per rifare il salotto di casa».
È da allora che Luini, perito informatico uscito con 60 sessantesimi dall’Itis Cobianchi, programmatore di gestionali per aziende, titolare a Intra di un negozio d’informatica, forma un corpo e un’anima sola con l’elaboratore elettronico. Ma è solo dal maggio scorso che ha scoperto come il computer, se accoppiato all’intelligenza e allo studio, possa trasformare chiunque in milionario grazie alle partite di poker su Internet. Che adesso sono diventate il suo unico lavoro: «Considerato che cominciando da zero ho guadagnato 12.000 euro netti sia a dicembre che a settembre, e mai meno della metà gli altri mesi, conto di assestarmi stabilmente sullo stipendio più alto». Soprattutto per il 2010 conta di giocarsi al tavolo verde on line qualcosa come 2,4 milioni di euro, «e siccome non me li sparo tutti in una volta, e siccome non posso perdere sempre, e siccome anzi vinco piuttosto regolarmente, e siccome l’importante è comunque rimanere in pareggio, e siccome se putacaso finissi i soldi prima del tempo finirebbe all’istante anche il gioco per cui non corro il rischio di rovinarmi, ho calcolato che il volume di giocate quest’anno mi garantirà 120.000 euro solo di bonus».
Di più non chiedetemi, perché non ci ho capito un tubo. So solo che il giovanotto, a una valutazione spannometrica, sembra avere i piedi saldamente ancorati per terra. Aggiungo che l’ho visto saltabeccare sugli schermi di quattro computer, con almeno 20 tavoli di gioco aperti e una miriade di carte lampeggianti, e che finora i proventi del poker gli sono serviti come caparra per una villetta in costruzione a Suna, dove conta di trasferirsi con la compagna Raffaella e i figlioletti Ariel e Deniel. In ogni caso vorrei risparmiarvi il feroce mal di testa che mi ha assalito durante l’intervista.
Questo genere di poker che spopola sul Web - niente a che vedere con le slot machine dei bar - si chiama Texas Hold’em. Pare che sia diventato la passione segreta di Barack Obama, Bill Gates, George Clooney, John Travolta, Matt Damon, Alberto Tomba. Non è un gioco d’azzardo. Fa parte dei cosiddetti skill games, una categoria di passatempi che include bridge, backgammon, scacchi e dama, in cui l’abilità prevale sull’alea. Li ha legalizzati il decreto Bersani del 2006. Per legge l’iscrizione al singolo torneo parte da 50 centesimi e non può superare i 100 euro, le vincite sono esentasse e al montepremi va destinato almeno l’80% dei soldi raccolti, sui quali l’erario incassa un’imposta del 3%. I concessionari soggiacciono ai Monopoli di Stato. La prima poker room legale in Italia è entrata in funzione nel settembre 2008 e altre ne stanno nascendo su Internet tutti i mesi, a ritmo travolgente. Anche perché lo scorso anno gli skill games hanno raccolto 2,4 miliardi di euro, che si prevede diventeranno ben più di 3 nel 2010. Ogni mese si disputano 10 milioni di tornei. Insomma, un delirio collettivo.
I riti del Texas Hold’em vengono celebrati da Poker1mania, seguitissima trasmissione per nottambuli condotta da Luca Pagano e Giacomo Valenti, che va in onda su Italia 1 preceduta dalla colonna sonora della Stangata. Luini gioca su Pokerstars.it, una costola di Pokerstars.com, con sede legale nell’Isola di Man, la più cliccata piattaforma al mondo per i giochi di abilità a distanza. Ha il titolo di supernova elite, l’equivalente di gran maestro nella massoneria, giusto per fare un esempio che però non c’entra nulla. I supernova elite non sono più d’una decina e hanno faticato un paio d’anni per arrivarci: il perito informatico di Verbania appena 24 settimane.
Scusi se glielo dico, ma guadagnarsi da vivere giocando a poker mi sembra proprio un’idea bislacca.
«E se le dicessi che in passato mi sono guadagnato da vivere come ballerino di salsa?».
Non ci crederei.
«Deve crederci. La passione m’è venuta dopo un viaggio a Cuba. Allora pesavo 68 chili, oggi che sto sempre seduto ho raggiunto gli 82. Sono stato anche ballerino di hip-hop e istruttore. Avevo una scuola, tenevo lezioni, organizzavo serate danzanti. Per dedicarmi a tempo pieno al poker on line ho dovuto chiudere un negozio che vendeva scarpe, vestiti e accessori per ballerini».
Ma che accidenti è questo Texas Hold’em che fa impazzire gli italiani?
«Per il 72% abilità e per il 28% fortuna. Quindi non è gioco d’azzardo. Altrimenti lo Stato non l’avrebbe mai legalizzato. Prima gli italiani giocavano clandestinamente nelle poker room straniere, incassando attraverso apposite carte di credito internazionali. Anche adesso non dichiarano le vincite al fisco, ma solo perché non sono tenuti a farlo: la tassa fissa è sull’iscrizione al torneo, si paga alla fonte».
Lo Stato non lo considera gioco d’azzardo perché ha tutto l’interesse a lucrarci sopra. Ma in effetti un po’ lo è.
«Per niente. Lo dimostra il fatto che vincono sempre gli stessi, tant’è vero che noi professionisti riusciamo a campare di poker. Nel lungo periodo l’azzardo non ti dà mai una rendita garantita. Alla roulette, che è un gioco d’azzardo, dopo sei mesi di solito hai perso anche se sei fortunatissimo».
È statistica?
«Sì. Prenda una moneta e faccia testa o croce. Quante volte uscirà la testa? La metà delle volte».
E chi lo dice? Può uscire sempre croce.
«Se la lancia solo dieci volte. Ma lei provi a lanciarla un milione di volte: la probabilità che esca testa sarà vicina al 50%. Più è ampio il campione e più la probabilità sarà esatta».
Mi sono perso.
«Quella di cui parla lei è la varianza: una legge della statistica per cui nel piccolo campione può accadere che l’evento non si verifichi mai per quanto sia probabile. Attraverso a piedi un’autostrada dieci volte: non mi succede niente. La attraverso cento volte: è più facile che m’investano. La attraverso mille volte: è quasi sicuro che mi mettano sotto. Questa è la varianza. Ora, se lei gioca alla roulette tutte le sere, dopo sei mesi avrà fatto, poniamo, mille puntate al giorno e avrà perso un trentasettesimo delle medesime, qualcosina più o qualcosina meno. E questo perché lo zero, unico dei 37 numeri a far vincere il banco, esce una volta su 37 nel lungo periodo. È matematica».
Mi fido. Applichiamola al poker.
«Fare il professionista dal vivo e guadagnarci è impossibile perché puoi fare una sola partita per volta e quindi le probabilità di vincere sono bassissime. Invece on line non c’è il mazziere che dà le carte, non perdi tempo e puoi giocare su più tavoli contemporaneamente. Io sono arrivato a 509 partite al giorno. Normalmente non ne disputo mai meno di 120, il che significa giocare nello stesso istante su un numero di tavoli che oscilla da 20 a 40. È come se moltiplicassi per 120 il fattore abilità. Se lo facessi dal vivo, al casinò, è abbastanza certo che andrei in attivo dopo 5.000 partite. Ma siccome non riuscirei a giocare più di una partita al giorno, vorrebbe dire che vedrei un po’ di soldi sicuri dopo 13 anni e mezzo. Su Internet invece 5.000 partite le gioco in 41 giorni. Dunque dopo un mese e mezzo sono sicuro di vincere, ho ammortizzato la varianza».
E come si gioca nel Texas Hold’em?
«Due carte per giocatore e cinque carte in tavola. Cinque giri di puntate. Vince chi alla fine ottiene la combinazione migliore fra le carte in tavola e quelle in mano. Con 20 tavoli aperti ho a disposizione uno o due secondi per decidere che mossa fare».
All’inizio quanti soldi ha investito?
«Nemmeno un euro. Si può entrare in una poker room anche giocando soldi finti. Dopo aver puntato i primi 100 euro veri, mi hanno depositato un bonus di altri 100, che vengono sbloccati solo in base al volume di traffico. Arrivato a perdere 123 euro, ho scoperto la scuola. Morale: per conseguire profitti col Texas Hold’em devi studiare molto e diventare bravo».
Come nella vita.
«Solo che qui è alla portata di tutti, non occorre essere ingegneri spaziali. Basta frequentare, come ho fatto io, una scuola di poker on line, dove fra l’altro adesso insegno. Mi sono anche comprato una ventina di libri, sui quali ho sudato tre ore al giorno. E in breve tempo ho scalato tutti i gradi di Pokerstars: bronzo, silver, gold, platinum, supernova normale, supernova elite. Però ho dovuto giocare 12 ore al giorno per dieci giorni consecutivi».
Vabbè, ma alla fine tutti questi quattrini da dove saltano fuori?
«Dai milioni di utenti che giocano senza aver studiato».
E quando tutti avranno studiato?
«Scenario utopico. Pochi hanno voglia di istruirsi. Certo, il giorno in cui tutti diventassero competenti sarebbe assai improbabile guadagnare nel lungo periodo».
Quanto si può vincere?
«Vengono pagati i primi tre, rispettivamente 409,50 euro, 245,70 euro e 163,80 euro».
Quanto si arriva a perdere?
«Se va male, ci rimetti i 100 euro dell’iscrizione al torneo. Insomma, al poker on line non ti mangi la casa. Inoltre per legge non si possono versare più di un tot di euro al giorno, alla settimana e al mese. Raggiunti i tetti massimi di spesa, devi aspettare il giorno dopo, o la settimana dopo o il mese dopo per tornare a giocare. Su Pokerstars il limite è di 500 euro al giorno, di 1.200 alla settimana e di 1.600 al mese».
Resta il fatto che non esistono polizze assicurative contro le perdite al tavolo verde.
«L’importante è sapere, per averlo studiato, che i bravi possono perdere sul breve periodo, per 120 partite o anche per 1.200, quindi per dieci giorni filati. Ma poi nel lungo periodo la varianza incide meno».
Però nel frattempo ti demoralizzi.
«In gergo si chiama mindset. L’equivalente di forma mentis. Il vero professionista non peggiora il proprio gioco dopo che ha perso. Evita le mosse azzardate e mantiene una grande disciplina interiore, perché sa che il ciclo negativo si esaurirà. Matematicamente».
Consiglierebbe il Texas Hold’em a un disoccupato?
«No, assolutamente no. A poker non si giocano mai quelli che noi chiamiamo “soldi spaventati”. Serve una somma che, anche se dovessi perderla, non ti cambia la vita».
Ma lei prima giocava con le carte vere?
«Solo da studente. Poker all’italiana con cinque carte, ramino, stoppino, sette e mezzo».
Mai sprecati soldi al casinò?
«Una volta, al casinò di Sanremo: 100.000 lire puntate alla roulette. Ma non ero andato là con l’idea di vincere. Sapevo già che le avrei perse. Tornerò a Sanremo a settembre, perché su Pokerstars, grazie al volume di gioco, ho vinto la qualificazione a un italian poker tour. Da privato mi sarebbe costata 2.500 euro. Nel nostro Paese il Texas Hold’em si può giocare dal vivo solo nei casinò».
Che cosa pensa delle mangiasoldi nei locali pubblici?
«Le rottamerei. Lo Stato non può metterle vicino al banco del caffè per tentare gli avventori quando sa benissimo che alle slot machine chi punta perde sempre, con sicurezza matematica. È una violenza. Come esporre le paste alla crema in un negozio di alimenti biologici. Così si rovinano le famiglie».
Non c’è qualcosa di patologico nel fatto che mentre gli italiani s’ammazzano di fatica voi ve la spassate al tavolo verde?
«Di patologico ci sono soltanto i proibizionismi che in Italia alimentano ogni genere di vizio, dal gioco d’azzardo alla prostituzione».
Tutta la vita davanti al computer giocando a poker. Non diventa noioso?
«Come tutti i lavori».
I parenti che cosa dicono della sua nuova attività?
«Nonostante siano anziani, i miei suoceri approvano. Gli ho insegnato le regole del Texas Hold’em affinché capiscano che mestiere faccio. Ho invitato a pranzo il parroco di Carciano, che è loro amico e ha battezzato i miei figli. Gli ho spiegato che all’italian poker tour dal vivo al casinò di Sanremo potrei vincere fino a un milione di euro. “Allora adesso torno in chiesa e ci metto una buona parola, così se arrivi primo mi dai i soldi per rifare l’altare”, mi ha detto. Alla fine ci siamo accordati in questo modo: anche se non dovessi classificarmi primo, verserò comunque alla chiesa il 5%. Che è la beneficenza più bella, perché la tocchi con mano ogni domenica».
Non teme di dare un cattivo esempio? La crisi economica potrebbe indurre tante persone a inseguire la chimera delle vincite facili a poker.
«Spero che passi un messaggio diverso: niente è impossibile a chi s’impegna».
(483. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it