Missoni e Chagall Dialogo a colori tra arte e moda

Al museo archeologico di Sesto Calende l'Esodo del pittore e gli arazzi dello stilista

Margherita Tizzi

«Nelle nostre vite c'è un solo colore che dona senso all'arte e alla vita stessa. Il colore dell'amore», sosteneva Marc Chagall. «Quel colore mio papà l'ha usato a tratti leggeri per descrivere cose, a differenza del pittore bielorusso, che l'ha impiegato per illustrare la realtà onirica», racconta Luca Missoni, curatore di «Marc Chagall, Ottavio Missoni. Sogno e Colore». La mostra, allestita fino al 31 dicembre al Museo Archeologico di Sesto Calende, vede dialogare le tavole del ciclo della Bibbia e le litografie dalla serie dell'Esodo di Chagall con gli arazzi patchwork degli anni '70, i quadri tessili e con gli studi cromatici di Missoni. A loro volta alcuni effetti grafici della maison sembrano corrispondere a incisioni dei vasi dell'età del ferro conservati nel museo; come dire: ci sono ispirazioni che accomunano l'uomo di tutte le epoche. Dicevamo, i colori, «amici dei loro vicini e amanti dei loro opposti», per due maestri accomunati da una vita trascorsa lontano dal proprio paese di origine. Marc Chagall, nato nel 1887 da una famiglia ebrea di Vitebsk, dopo aver acquisito la cittadinanza francese, fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti a causa delle persecuzioni naziste. Ottavio Missoni, invece, nacque nel 1921 a Ragusa di Dalmazia e trascorse l'adolescenza a Zara, allora parte del Regno d'Italia. Prigioniero di guerra in Egitto per quattro anni, tornò esule a Trieste con la famiglia, fuggita dalle persecuzioni etniche. Del suo lavoro disse: «Il colore è parte integrante del mio DNA. Dalla Dalmazia e da Ragusa ho portato con me i blu, che profumano d'oltremare, e i rossi aranciati dei tramonti sull'Adriatico. I gialli caldi screziati d'ocra e marrone parlano di rocce e sabbie, lambite, rimescolate ed erose dalle onde. Non possono mancare i neri, che amalgamano. E poi il viola, mio colore prediletto, in tutte le sue sfumature».