Il mistero dell'uomo: è dalla disperazione che rinasce la vita

Un grande scrittore racconta cosa significa tornare a sperare dopo il terremoto. A lui capitò molti anni fa

Ieri nel piazzale che si apre davanti alla caserma della Guardia di Finanza di Coppito si è svolto il funerale delle centinaia di vittime del terremoto abruzzese. Erano presenti non solo i parenti dei poveri morti, ma anche migliaia di terremotati e di persone visibilmente commosse. Vi erano il cardinale Bertone, il segretario del Papa, che ha letto una lettera del Santo Padre, i vescovi di tutto l’Abruzzo, il ministro Maroni e il sottosegretario Letta, i presidenti della Camera Fini e del Senato Schifani, Berlusconi, Napolitano, Ciampi, e chissà quante altre personalità. Era stato proclamato per la giornata di venerdì il lutto nazionale. Ma stavolta i funerali di Stato, la partecipazione di personaggi di grande rilievo della Chiesa e della politica non è servito a dare alla cerimonia soltanto un carattere ufficiale e solennemente celebrativo. È stato invece il momento più fortemente emotivo della tragedia di un’intera popolazione; una tragedia con cento volti diversi, destinata a prolungare le sue ombre per chissà quanto tempo, forse finché l’ultima casa, l’ultima chiesa e l’ultimo palazzo saranno stati ricostruiti, come erano e dove erano.

Duecentocinque bare (le altre vittime, duecentonovanta in tutto, hanno avuto i loro funerali privati nei vari paesi dell’Aquilano). Numerose le bare bianche, di bambini di pochi anni o pochi mesi, di universitari ventenni, o poco più, perché all’Aquila è crollata anche la Casa dello studente, benché di costruzione quasi recente, ed ha seppellito sotto le macerie molti dei suoi abitatori. Tante le vittime massacrate dai crolli, uccise nel fiore dell’età, quella in cui si gioca nei cortili e nei parchi, o in cui si frequentano le scuole, e la mente comincia ad alimentare disegni di un avvenire importante e felice. Vittima del terremoto è stato anche un ventenne giocatore di rugby, una grande promessa di quello sport, in cui la città dell’Aquila primeggia; e una ragazza che sognava di diventare una famosa cantante, e pare avesse le qualità per riuscirci; universitari italiani e stranieri.

La morte la sentiamo come un fatto naturale quando se ne va un vecchio, o perlomeno un anziano, che della vita ha conosciuto tanti aspetti, che si è realizzato con il suo lavoro, che ha concretizzato i suoi progetti, o almeno ha tentato di farlo. Nel fondo di ognuno di noi c’è la sostanza dei pensieri espressi da Benedetto Croce in una sua pagina famosa sulla morte, anche se non l’ha letta: che, per quanto la morte sia malinconica e triste, sarebbe una terribile condanna il non poter morire mai, l’essere costretti a ripetere in eterno gli stessi atti vitali, ad avere sempre le medesime esperienze.

Ma quando muore un bambino o un giovane siamo attraversati da un’angoscia invincibile, perché la natura e la sorte hanno eliminato tante possibilità che avrebbero potuto realizzarsi. Perché qualcosa è stato troncato, spezzato, vanificato.

Se questo è il modo comune di sentire, si può immaginare quale sia lo strazio di chi perde un figlio, una madre, un padre, un fratello così di colpo, in un attimo, senza alcun preavviso. Si prova una forma di ribellione contro il destino, di angosciata non accettazione. Viene in mente la protesta di Voltaire in Candido, ricordata anche dal personaggio di Settembrini nella Montagna incantata di Thomas Mann, contro il terremoto di Lisbona del 1756.

Chi crede in una vita futura si appella a tutte le sue risorse mentali per convincersi che rivedrà i cari perduti nell’altro mondo. Chi non crede si abbandona alla disperazione totale, o cerca di immaginare che il morto sia andato lontano, partito per uno strano viaggio senza ritorno. A questo proposito a me tornano in mente i versi scritti da Catullo per la morte del fratello amato: «Ac in perpetuum, frater, ave atque vale».

Non si può sfuggire al pensiero che il funerale delle vittime abruzzesi è avvenuto proprio il giorno di Venerdì Santo. Perciò questo funerale richiama le sacre rappresentazioni della morte di Cristo sulla Croce. Il Venerdì Santo avvolge con la sua ombra, malinconica e solenne questa cerimonia; vi sono ragioni oggettive per esserne convinti, pensando in generale alla cultura e ai sentimenti di tanta gente abruzzese, che conserva ancora le forme mentali della civiltà pastorale e contadina (in televisione si sono visti anziani contadini quasi più preoccupati per il proprio bestiame che per la casa distrutta). E, appunto, nelle civiltà che conservano caratteristiche pastorali e contadine le tradizioni cristiane e le sacre rappresentazioni hanno un rilievo grandissimo. Il razionalismo, il relativismo etico e filosofico, l’agnosticismo, lo storicismo totalizzante della cultura moderna non hanno eliminato completamente quegli aspetti di epoche lontane. Anche in Friuli vi sono parecchie sacre rappresentazioni della Passione di Cristo, e non soltanto in isolate valli di montagna, ma anche in pianura, dove i fenomeni culturali si diffondono più rapidamente.

I funerali si sono svolti all’aperto perché l’Aquila, le sue chiese e le sue piazze sono inaccessibili. Pensando a questo fatto si riprova lo strazio per le ferite gravissime subite dalla città. L’Aquila era una città molto bella, montanara, bianca, elegante, allegra, popolare. Distrutte o danneggiate sono le novantanove fontane, le novantanove piazze e chiese, perché antichi feudatari avevano il novantanove come numero magico e scaramantico.

Ma ora L’Aquila è una città fantasma. Tornerà mai come era? Io penso e spero di sì. In Friuli centri carichi di storia e d’arte come Gemona e Venzone, sono stati ricostruiti esattamente com’erano anche se la cosa ha richiesto molto tempo e molto denaro. Sono stati seguiti i consigli di un grande architetto e urbanista friulano, Luciano Di Sopra, i cui suggerimenti sono stati applicati in molti luoghi del mondo colpiti da grandi terremoti. Le centinaia di bare allineate nel piazzale di Coppito, dove vescovi e cardinali hanno parlato per ricordare e onorare i morti, non saprei dire bene perché, mi sono parse una garanzia che questa ricostruzione fedele ci sarà. Rappresenterà un modo per onorare le vittime, per ricordarle più a lungo. Tra quei morti ci sono anche alcuni studenti e lavoratori extracomunitari, maomettani, venuti in Italia per inserirsi in un sistema di vita migliore, e invece hanno trovato la morte. Un iman ha letto un breve discorso di forte carica religiosa anche per loro.

Questo straziante funerale collettivo ha dilatato in me, e, spero in altri, il sentimento della fragilità dell’uomo e delle cose umane di fronte alle forze sterminate del cosmo; e la convinzione che la pietà e la solidarietà per l’uomo e le sue sventure siano i sentimenti più alti e più veri che possiamo provare nel nostro breve passaggio sulla terra.