Il mite visionario che rendeva astratta la realtà

Non diede scandalo e non assunse comportamenti bohémien. Alla Biennale del ’39 vinse «solo» il secondo premio. I futuristi lo odiavano. Ma i suoi quadri esprimono il senso dell’eterno

Alle scuole medie il mio professore di disegno mi sembrava - era - fissato con Giorgio Morandi: e trovavo noioso riprodurre quei quadri che mi sembravano così statici, così banali. Nature morte o, peggio ancora, figure geometriche, cubi e cilindri dai colori smorti, da copiare con particolare attenzione alla prospettiva e alla sfumatura delle ombre. Oggi chiedo venia alla memoria del mio insegnante: «Niente è più astratto della realtà», diceva Morandi con una frase di cui allora non potevo capire la portata estetica, esistenziale e addirittura filosofica. Ho capito che le sue immagini esistono prima di apparire, e ho una gran voglia di vedere la grande mostra antologica che si aprirà il 16 settembre a New York per poi passare al Museo d’Arte Moderna di Bologna.
Forse, l’introduzione più precisa alla pittura di Morandi sta - involontaria - in un passo della Recherche di Proust: «La realtà da esprimere non risiede nell’apparenza del soggetto ma nel grado di penetrazione di questa impressione, a una profondità in cui tale apparenza conta ben poco». E Roberto Longhi, amico di Morandi prima ancora che suo appassionato estimatore, ha scritto: «Oggetti inutili, paesaggi inameni, fiori di stagione, sono soggetti più che sufficienti per esprimersi “in forma”, e non si esprime, si sa bene, che il sentimento». Il grande critico non aveva bisogno delle concettose e spesso incomprensibili espressioni usate da molti suoi colleghi, per descrivere la pittura di Morandi: poesia del limite, algida concretezza, vita spettrale soggiacente, allucinata visione di un mistico ecc.
Se Morandi si presta ai più svariati esercizi di critica, fornisce molto meno materiale ai biografi. Basti pensare che andò all’estero per la prima volta a 66 anni, e dalla sua città si mosse sempre poco e malvolentieri: anche l’esperienza militare nella Grande guerra durò pochi mesi, nel 1915, subito interrotta per malattia. Era nato a Bologna, da una famiglia della piccola borghesia, il 20 luglio 1890; primo di cinque figli, per tutta la vita sarà fondamentale per lui la vicinanza delle tre sorelle. La sua predisposizione alla pittura fu palese fin dall’infanzia e a 17 anni si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, dove si diplomò nel 1913, avendo con i professori i soliti problemi dello studente troppo dotato. Aveva una passione particolare per la grande pittura italiana del XV secolo, specialmente per Masaccio, Piero della Francesca e Paolo Uccello; fra i moderni, soprattutto Cézanne, Rousseau e Picasso.
Nel 1914, influenzato dal cubofuturismo alla Braque, si accostò - sorpresa - al futurismo, la più straordinaria avanguardia mondiale, ma fu un’esperienza breve: prima venne attratto dalle opere metafisiche di Carlo Carrà e di Giorgio de Chirico, che per lui creò l’espressione «metafisica delle cose quotidiane», e che nel 1922 scrisse: «Morandi osserva con lo sguardo di un uomo che crede, e lo scheletro intimo di quelle cose per noi morte, perché immobili, gli si mostra nel suo aspetto più consolatorio, nel suo aspetto eterno». Poi, nel 1919 aderì al movimento «Valori Plastici» e quindi, con distacco riservato, ai novecentisti italiani. Da allora fu un bersaglio prediletto nella polemica futurista contro «i bottiglisti ed i naturamortisti». Lo ammiravano, invece, gli uomini del Selvaggio di Mino Maccari e il conterraneo Leo Longanesi, che nel ’32 gli dedicò un intero numero della sua rivista L’Italiano, con un importante scritto di Ardengo Soffici.
Verso il fascismo Morandi ebbe un atteggiamento distaccato e quieto, come tutta la sua esistenza. Fino al ’29, già apprezzato anche all’estero, insegnò nelle scuole elementari; dal ’26 al ’28 fu anche promosso direttore delle scuole elementari di alcuni comuni nelle province di Reggio Emilia e di Modena. Straordinario realizzatore di acqueforti, nel ’30 gli venne assegnata per chiara fama, senza concorso, la cattedra di tecnica dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna; la mantenne fino al ’56 quando, su sua richiesta, venne collocato a riposo.
Negli anni Trenta espose sia alle Biennali di Venezia, sia alle Quadriennali di Roma; in quella del ’39 ebbe - suscitando polemiche - un’intera sala, con quarantadue oli, due disegni e dodici acqueforti, ma ottenne il secondo premio, dietro al più giovane Bruno Saetti, oggi noto soltanto agli esperti. Indifferente alle mode culturali, continuò a dipingere nello studio di via Fondazza e, d’estate, nella casa di campagna a Grizzana (poi diventato Grizzana Morandi) sull’Appennino emiliano, dove visse come sfollato dal giugno ’43 fino al termine della guerra.
Uscito dal ventennio fascista immune da contaminazioni politiche e artistiche, nel ’48 ebbe il primo premio alla Biennale di Venezia, ormai riconosciuto come uno dei maestri del Novecento. Nel ’56 dedicò il suo primo viaggio all’estero, a Zurigo, alla mostra antologica dell’amato Cézanne e il 18 giugno ’64 morì a Bologna, dove venne sepolto alla Certosa. Nel ’92 la sua città gli ha dedicato un museo, grazie alla donazione della superstite sorella Maria Teresa, che come condizione volle fosse collocato nel centralissimo e storico Palazzo d’Accursio, dove è stato ricostruito lo studio dell’artista. A Bologna hanno sede anche il Centro Studi Giorgio Morandi e il Comitato per il Catalogo.
La mostra al Metropolitan Museum, che esporrà oltre cento opere, in realtà è orgogliosamente tutta italiana: il curatori sono Maria Cristina Bandera, direttrice della Fondazione Roberto Longhi, e Renato Miracco, direttore dell’Istituto di cultura italiano di New York. Di proprietà italiana è anche la casa editrice, Skira, che pubblicherà il catalogo. In attesa dell’attacco di morandite che si scatenerà sui media a partire da settembre, non ci resta che meditare su quella frase che riassume così bene Morandi e, forse, anche la vita: «Niente è più astratto della realtà».
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