A Mitrovica l’ira dei serbi: «Albanesi morirete»

Tra gli alpini della Julia schierati a protezione dei monasteri ortodossi: «Dopo di noi chi li difenderà?»

da Mitrovica

«Ammazza, ammazza l’albanese così sparirà per sempre dalla terra», cantano in un coro da macelleria balcanica i giovani nelle prime file dell’agitato corteo. Cinquemila serbi inferociti puntano dritti sul ponte «blu», che divide la loro Mitrovica, dove il Kosovo indipendente non esiste, dalla metà albanese. Il corteo avanza in un turbinio di bandiere serbe, miste a cartelli contro gli Stati Uniti e l’Europa. I più giovani sono tifosi da curva. Portano sciarpe e berretti delle squadre più amate in Serbia, come la Stella Rossa di Belgrado. Non mancano scene da stadio quando si comincia ad intonare «chi non salta albanese è...». Sul ponte, che segna la linea di confine, è schierato un cordone di nerboruti serbi arruolati dal Consiglio nazionale, una specie di autogoverno della città. Uno sparuto manipolo di poliziotti dell’Onu rimane prudentemente alle loro spalle. La prima linea del corteo prova a sfondare. I serbi del servizio d’ordine, con tanto di radio trasmittenti, serrano i ranghi e respingono sul nascere le velleità di passare dall’altra parte. La manifestazione nella città divisa è iniziata a mezzogiorno, ma nelle stesse ore i serbi protestavano a migliaia nelle grandi enclave del sud come Gracanica e Strpce. «Il Kosovo è il cuore della Serbia» sono le parole d’ordine scandite durante le proteste contro l’indipendenza. Nessun incidente, ma molti manifestanti non vanno per il sottile. «Le armi siamo pronti ad imbracciarle in qualsiasi momento per il nostro Kosovo. Vedrete fra qualche anno: gli albanesi li ammazzeremo tutti e ci faremo le loro donne» sbotta Dragan Zivanovic. Assieme ad un gruppo di «patrioti» partecipa alla manifestazione sventolando un vessillo nero. La bandiera dei cetnici, gli ultranazionalisti serbi, con il teschio e le tibie incrociate. Sullo stemma campeggiano due motti: «Credo in Dio» ed «Onore o morte».
Sul palco, eretto per il comizio anti indipendenza, campeggia una foto di Vladimir Putin, lo zar del Cremlino, con la scritta «Russia aiutaci». Secondo padre Slavko, un monaco ortodosso, «l’indipendenza è l’inizio di una nuova battaglia: potrà durare anche centinaia di anni, ma il Kosovo sarà di nuovo serbo». La parola d’ordine è boicottare le istituzioni internazionali a cominciare dalla missione civile europea in arrivo. Secondo i piani dovrebbe accompagnare i primi passi del Kosovo indipendente. «Che non si facciano vedere a Mitrovica, sappiamo come accoglierli», sibila la gente. «Non sono benvenuti, sono occupatori», urla dal palco Marko Jaksic uno dei leader delle strutture parallele serbe di Mitrovica.
Alle porte della città contesa le penne nere della Julia non mollano da giorni un posto di blocco, che controlla qualsiasi macchina o furgone sospetti. Il compito dei 550 alpini del 7° reggimento è di evitare incidenti e garantire protezione a quattro enclave abitate da 3500 serbi, a sud di Mitrovica. «Per l’indipendenza gli albanesi gioiscono ed i serbi sono preoccupati» ammette il colonnello Antonio Maggi che rimarrà in Kosovo, con i suoi uomini, fino a marzo. Le penne nere presidiano l’ingresso di Galbuya, poche case dove vivono un centinaio di serbi. Arriva un taxi con una bandierina albanese che sventola sopra il radiatore. Il caporal maggiore scelto Benedetto Guaragna, nome in codice «Pasquale», ferma la macchina e sfodera il suo ottimo albanese. Viene da Lungro, un paese in provincia di Cosenza dove si erano insediati secoli fa gli albanesi in fuga dagli ottomani. La lingua l’ha imparata da autodidatta. Chiede all’autista di aprire il vano bagagli e se ha armi. Poi lo invita a togliere la bandiera rossa con l’aquila nera a due teste, simbolo dell’indipendenza, prima di passare per l’enclave serba. «L’altra notte il termometro segnava -18 ed eravamo di pattuglia a piedi. Un serbo è uscito di casa con i suoi bambini per offrirci qualcosa di caldo» racconta il caporal maggiore scelto Alberto Padoin, 28 anni, pizzetto biondo, faccia d’alpino. A Grace, un’altra enclave serba di trecento anime, Miodrag Arsic si chiede: «Adesso ci proteggono i soldati italiani, ma quando gli alpini se ne andranno cosa accadrà?».