Il modernismo ligure firmato Borzani

«L’architetto Venceslao Borzani è un degno allievo del Boito. Non conta che ventisette anni di età ed ha già dato prove non dubbie del suo brillante ingegno e della solidità della sua cultura, (producendosi)in un'attività non comune che rivela molta perizia, buon gusto e profondità di studi...» (tratto dal Caffaro del 17 giugno 1901).
Una sorprendente precocità linguistica contraddistingue l'opera di Venceslao Borzani, figura di talento tra le più brillanti e feconde nel panorama architettonico del Modernismo in Liguria. Nato a Ferrara nel 1873, si trasferisce dopo qualche tempo a Milano, dove all'età di diciott'anni si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera, per seguire, a partire dall'anno successivo, i corsi della scuola di architettura diretta da Camillo Boito. Attraverso l'esperienza accademica maturata accanto al grande maestro, il giovane allievo recepisce i fondamenti storicisti della tarda stagione eclettica, apprendendo contestualmente i primi rudimenti in materia di restauro. Diplomatosi nel 1895 professore di disegno architettonico, Borzani si trasferisce l'anno successivo a Genova, città che lo vede esordire professionalmente con la partecipazione, in qualità di «Capo Studio» dell'Ufficio Restauri della Cattedrale, ai lavori di rilievo e ripristino condotti dall'architetto Marc'Aurelio Crotta sul duomo di San Lorenzo.
Tra Parigi e Vienna, la genesi di una nuova modernità
All'inizio del nuovo secolo Genova è una città in piena espansione economica; il dirompente sviluppo delle industrie e dei traffici commerciali e portuali consolida il ruolo strategico del capoluogo ligure quale nodo di interscambio con i mercati del Nord-Europa e del bacino del Mediterraneo, segnando una posizione di preminenza che si riflette sul piano più generale anche nell'immagine urbana e nell'architettura. Il 16 giugno del 1901 si apre ufficialmente a Genova la Settima Esposizione Regionale di Arti e Industrie. La rassegna, sorta nel dichiarato intento di sostenere e promuovere la produzione ligure nel campo dell'artigianato e delle arti applicate, costituisce di fatto l'aggiornamento in chiave regionale del fenomeno epocale delle grandi Esposizioni internazionali di fine Ottocento. Un fenomeno che, diffusosi in Europa come vetrina autocelebrativa dell'emergente borghesia industriale e imprenditoriale, assume in Italia una presenza e un ruolo di assoluto rilievo.
Nell'Esposizione Industriale del 1901, vera e propria cittadella provvisoria eretta sulla spianata del Bisagno, lo sperimentalismo stilistico occupa un ruolo centrale: in un momento nel quale erano ancora molto vivi in Italia gli echi del dibattito critico intorno all'architettura e alla definizione di un «autonomo» stile nazionale, Borzani porta avanti con determinazione il processo di rinnovamento artistico. Professionista colto e aggiornato, è attento ai fermenti culturali e alle nuove tendenze che in quegli anni stanno maturando in Europa, coltivando con rigore ed erudizione critica una ricerca a tutto campo che muove dalle avanguardie internazionali: dal linearismo belga al «floreale» di marca francese, passando per le esperienze Jugendstil di scuola austro-germanica. Innovatore radicale, nell'esposizione del 1901 Borzani si mostra capace di cogliere e di fare proprie con coerenza e straordinario talento creativo le istanze e i fondamenti ispiratori che sovrintendono al nuovo «verbo» modernista, primo fra tutti, il principio di unità e integrazione delle arti.
Nella rassegna espositiva genovese, Borzani si impone all'attenzione generale con un fantasmagorico padiglione liberty caratterizzato dalle eleganti fluenze di un linearismo sinuoso e accattivante. Palesi sono i riferimenti alle esperienze Art Nouveau di marca franco-belga, specificamente vandeveldiane, in un fondamentale contributo a quel rinnovamento del gusto su modelli internazionali che registra la precoce introduzione del Liberty in Italia. Uniformata, nei principi ispiratori, alla più celebre Esposizione Internazionale di Parigi del 1900, e preludio, in certo qual modo, all'Esposizione di Arti Decorative che si sarebbe tenuta a Torino nel 1902, la provocatoria architettura - opera decisamente all'avanguardia in Italia, vero e proprio sasso lanciato nello stagno di un ambiente culturale, quale quello genovese, fondamentalmente provinciale e refrattario per tradizione alle novità del gusto - esaurisce di lì a breve la propria carica propulsiva, cedendo il passo a un ripiegamento eclettico in chiave regionalista che troverà la sua apoteosi a Roma un decennio più tardi, nel 1911, in occasione dell'Esposizione Internazionale sorta per celebrare il Cinquantenario dell'Unità d'Italia.
La mise en forme della città borghese: l'architettura del modernismo mitteleuropeo
L'attività professionale di Venceslao Borzani, circoscritta in prevalenza alla committenza privata e al comprensorio ligure, può vantare una produzione architettonica eterogenea, che, attestatasi inizialmente su posizioni neomedievali, declinerà in seguito sempre più frequentemente in espliciti riferimenti al gusto Secession, commisurati a un monumentalismo carico di assunzioni mitteleuropee. Tra gli esempi più significativi in ambito genovese, occorre citare il palazzo ad appartamenti in Via Pagano Doria (civico 42, 1911-13) e il palazzo della Vittoria (Corso Italia angolo via Casaregis, 1922-23), contrassegnato quest'ultimo da una scenografica Vittoria alata d'impronta «littoria», inserita scenograficamente in posizione d'angolo a guisa di gigantesca prora. Allo stesso periodo risale il Cinema Excelsior a Genova-Sampierdarena (1921), raffinata costruzione nella quale una solida decorazione secessionista, vagamente precorritrice di soluzioni déco, appare ispirata agli exempla di Leonardo Bistolfi e di Galileo Chini. Le numerose residenze di villeggiatura, commissionate nei primi anni del secolo da una raffinata clientela alto-borghese, ripercorrono il variegato repertorio dell'eclettismo europeo di fine Ottocento: dai villini in Creto (1905-08), nella Riviera Ligure e nell'Ovadese, improntati al neogoticismo degli chalets d'oltralpe con citazioni olbrichiane, ai «medioevali» castello Monleone per la marchesa De Fornari di Moneglia (1909-10) e Gobba ad Alessandria, e ai più tardi edifici per abitazione civile.
Altrettanto ampia e tipologicamente variegata si configura la produzione cimiteriale, che si avvale di citazioni romaniche (Mausoleo Roverano, 1903, Boschetto monumentale del Cimitero di Staglieno) alternate a iperboliche reminiscenze di carattere egizio e atzeco, queste ultime fantasiosamente evocate nella poderosa torre tronco-piramidale in travertino dell'attigua Cappella Cravero (1906-07). Abbandonato da decenni in una condizione di vergognoso degrado, questo monumento è una testimonianza esemplare di quel filone di architettura fantastica di scuola wagneriana, tipica degli anni Dieci del Novecento, al quale lo stesso Borzani mostra inequivocabilmente di volersi ispirare, e che trova nei vari Ravinetti, Mancini, Moretti e Pirovani i suoi referenti principali sul versante nazionale.
Al tema della progettazione «globale», e al principio estetizzante d'integrazione delle arti si iscrivono gli interventi di Borzani nel campo dell'edilizia residenziale e dell'arredamento di locali pubblici: tra i migliori esempi, il traboccante decorativismo dello Studio per mostra di negozio (1905), pubblicato sulle pagine de «L'Architettura italiana», anticipa i raffinati florealismi, d'ispirazione guimardiana, del progetto per un Caffè Ideale al teatro Carlo Felice del 1909, mai realizzato, e della Farmacia Moderna, quest'ultima andata distrutta nell'ultimo dopoguerra. Ma anche negli interventi meno noti, come nell'edificio ad appartamenti di Via Casaregis 33 a Genova (1925), Borzani mostra l'acquisizione di un magistero costruttivo e linguistico solido e maturo, che nell'astratta geometrizzazione del tratto registra il passaggio da un tardo secessionismo ai segni anticipatori delle nuove tendenze Déco e «proto-razionaliste» che di lì a breve avrebbero preso campo in tutta Europa. Una morte improvvisa spegne, il 30 novembre 1926, all'età di cinquantatre anni, il talento proteiforme e visionario di questo eretico precursore della modernità. La sua prematura scomparsa richiama ad alcune riflessioni critiche sull'eredità culturale e patrimoniale di un protagonista indiscusso dell'architettura italiana del Primo Novecento, a cui il provinciale ambiente ligure dell'epoca non consentì di sviluppare appieno le immense potenzialità creative. Le stesse qualità che la città di Genova, nell'ottantesimo anniversario della sua scomparsa, mostra ancora una volta, oggi come allora, di non essere in grado di comprendere e apprezzare nella dovuta misura.
*architetto, membro del Docomomo

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