«Ma il Molleggiato ha sbagliato bersaglio»

Dire che si mostrino preoccupati per le sorti della categoria sarebbe esagerato. Ma insomma ne parlano spesso in pausa pranzo e persino a cena. E in questi sei giorni di Festival dell’Architettura, tre finesettimana tra Reggio Emilia, Modena e Parma (apertura il 29 novembre scorso e chiusura oggi, quarta edizione, tema dell’anno: Pubblico paesaggio), ne hanno discusso eccome. E anche animatamente, visto che tra il pubblico, composto in maggioranza di nuove leve del settore e studenti delle scuole superiori, siedono pure ambientalisti, manager di enti pubblici e aziende private, tanti curiosi e persino qualche «casalinga di Voghera».
Per tastare umore e reazioni di fronte alle recenti accuse del «Molleggiato» Celentano e a quelle anche più feroci di partiti e cittadini (basti citare per tutti le polemiche suscitate dalla costruzione del «Quarto ponte» sul Canal Grande di Santiago Calatrava a Venezia) li abbiamo interrogati: cari architetti-kamikaze, questa pessima situazione del paesaggio urbano e industriale è proprio tutta colpa vostra?
«È sicuramente colpa degli architetti. Di quelli stupidi, però», afferma in sintesi Gianluca Ferreri, docente di Disegno industriale d’architettura all’Università di Parma. «Tuttavia sbaglia chi si scaglia contro i progetti. Per realizzare le belle immagini di una città condivisa ci vuole prima di tutto una volontà politica e subito dopo il senso del vivere insieme. La differenza la fanno i committenti, i veri responsabili dello spazio pubblico e urbano».
«Non fanno che chiedermi che ne penso delle accuse di Celentano. Ma il problema non è degli architetti, è che ci vorrebbe un codice etico della committenza» fa eco il professor Carlo Quintelli, che del Festival dell’Architettura è direttore e ideatore. «I progetti hanno un padre e una madre. La committenza, pubblica o privata che sia, chiede risultati di un certo tipo e ha quell’influenza spesso nefasta che viene poi attribuita a noi». Altro che kamikaze. Qui siamo ben lontani dal mea culpa sui disastri estetico-ambientali: chi accusa la categoria, a quanto pare, non sa ciò che dice. «Questo è un Paese profondamente ignorante» conferma Quintelli. «Dell’arte si sa tutto e si è in grado di valutarla, ma l’architettura viene considerata, per vecchio vizio idealistico, alla stregua di un progetto industriale. Si tratta invece di altissimo artigianato, che bisogna saper comprendere, specie in tempi in cui i processi dell’informazione sono di una velocità virulenta».
Ancor più radicale, anche se ottimista, è Benedetto Camerana, il cui studio ha svolto un grande ruolo nella progettazione della Torino olimpica: «La situazione in Italia è nuova e preziosa: si torna a parlare di architettura e la si fa, anche. Tuttavia, politici e media non hanno nessuna cultura, non esistono critici al livello di quelli di Le Monde o El Pais. Siamo naïf. E Celentano sbaglia bersaglio: soltanto il 2-3 per cento di quel che si costruisce in Italia è firmato da architetti. Il resto è opera di imprese industriali, geometri, ingegneri. Compreso il territorio distrutto e cementato. L’architetto, poi, fa quello che gli chiede il cliente».
Ma alla fin fine quello dell’architetto è un lavoro e se la committenza esige, prima di progettare ecomostri si può rispondere: «Nossignore, così non si fa». «Non è così semplice» ribatte Quintelli. «Ormai il tasso di provincialismo è talmente elevato che per mettersi al riparo dalle critiche si usa l’archistar. Basta una firma famosa a legittimare qualsiasi aberrazione, proprio come accade per la moda. Invece di progettare, gestiscono un brand, alla faccia del codice deontologico».
Per i non addetti ai lavori, specifichiamo che archistar è un neologismo coniato qualche anno fa da Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli, studiose di architettura contemporanea, per definire architetti - Philippe Starck, Zaha Hadid, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Daniel Libeskind, Tadao Ando, Remi Koolhaas, tanto per fare qualche nome - a cui il calibro mediatico ha conferito le caratteristiche di una star: fama mondiale e immagine globalizzata come quella dei protagonisti dello spettacolo e dei grandi marchi della pubblicità.
E se Quintelli suggerisce qualche soluzione pratica - aumentare i concorsi e migliorarne pratiche e giurie - Cino Zucchi che ha appena terminato una parte del Portello ed è docente al Politecnico di Milano sostiene che «spesso agli architetti si danno onori e oneri che non meritano. Sono soltanto la punta dell’iceberg. La città oggi è prodotta da più persone e, come dice un proverbio milanese, “chi la fa in piassa o la fa alta o la fa bassa”». Insomma, non si può accontentare tutti. L’ampliamento dell’Università Bocconi a esempio, che a Celentano fa orrore, a Zucchi piace e lo considera un punto di riferimento: «Può avere le sue durezze, ma chapeau a Grafton Architects. Proprio qualche giorno fa ho consigliato a un gruppo di immobiliaristi olandesi di andare a visitarlo come ottimo standard europeo».
Difficile mandar giù un grattacielo come si farebbe con un capo di abbigliamento, ma gli architetti non si sentono gli unici responsabili, bensì parti di una filiera. «È la società che decide se essere più o meno “verde”, al di là di chi istericamente vede l’architetto ridotto al ruolo di decoratore o innalzato a quello di demiurgo» conclude Zucchi. Qual è dunque il ruolo dell’architetto e quale quello dello spazio pubblico? Attilio Petruccioli, preside della Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari, tenta una risposta: «Recuperare continuamente la memoria. È il contesto che genera il progetto, l’architetto non deve sentirsi un padre o un inventore, impegnato in gare di originalità e virtuosismo narcisistico, ma soltanto una levatrice».