Moltiplicare le sedi non ha fatto salire il livello dello studio

Tutto sbagliato nella riforma partita con Berlinguer Anche i docenti vanno verificati periodicamente

I 15 milioni di euro che mancano nei conti dell'Università degli Studi di Genova graveranno sulla ricerca e sulle biblioteche. Le dichiarazioni rilasciate dal direttore amministrativo dell'Ateneo genovese dottoressa Gatti dicono in sostanza solo due cose e malamente: il buco dei 15 non c'è e comunque non è a lei attribuibile.
Discorsi strampalati che fanno vergognare di essere dipendenti dell'Università di Genova. Che il Magnifico Rettore, con tutti i suoi consiglieri, abbiano il coraggio di dire le cose come stanno - subito - e di prendere le decisioni conseguenti. Il danno è fatto, non peggioriamolo con i soliti bizantinismi.
Rimane il problema delle Università. Tutto cominciò con la casta politico-baronale che decise, d'accordo con l'allora ministro Berlinguer, di aumentare i posti da far ricoprire a loro discepoli, amici, figli di amici, per scambi di favori moltiplicando - per spirito democratico si disse - le sedi storiche delle Università Italiane, moltiplicazione per posti chiamata «decentramento». Se guardiamo la mappa dell'Italia andiamo da Torino a Genova, da Milano a Venezia, da Trieste a Bologna sino a Bari a Palermo a Catania: tantissime sedi universitarie e non tutte di seconda categoria. Invece di decentrare sarebbe stata politica intelligente ammodernare il preesistente, adeguarlo ai tempi nuovi e costruire nuovi poli là dove mancavano così che le distanze per gli studenti non sarebbero state proibitive e i soldi invece di spenderli per comprare o affittare nuovi edifici sarebbero stati spesi per aumentare le dotazioni di biblioteche, per la ricerca, per le nuove tecnologie applicate. I corsi di laurea dovevano essere quinquennali per tutte le Facoltà. Senza esami semestrali, ma annuali con dottorati di ricerca e scuole di specializzazione post laurea per coloro che dovevano fare una specifica attività. Si doveva staccare la Facoltà di Medicina e Chirurgia dal Polo Umanistico e da quello Scientifico, e farla dipendere dal Ministero della Salute.
I famosi tre poli. Per coloro che dopo le scuole secondarie superiori volevano avere un maggior grado di specializzazione in lavori cui non necessitava una preparazione «magistrale» potevano costituirsi Facoltà tecnico-applicative di durata triennale.
Non tutti sono Einstein, non tutti sono Dante, non tutti sono Picasso, e se dio vuole ci vogliono anche elettricisti idraulici camerieri muratori commercianti ecc. che non sono e non debbono essere considerate persone e lavori di seconda categoria come non lo sono in altre nazioni tipo la Germania che ha tantissime Technische Schulen.
Questo andava fatto. Assieme ad un rinnovo dei docenti e ad una loro verifica periodica. E soprattutto obbligare a più ore di lavoro sia gli studenti che i docenti, con maggiori servizi per entrambi, migliori stipendi per i docenti tenuti ad essere presenti per non meno di sei (6) ore al giorno presso le sedi universitarie coprendo con i turni tutta la settimana. E soprattutto a Genova non si doveva perdere l'occasione di porre le Facoltà al Centro Storico assieme alle Case per gli Studenti come anche Case per professori fuori sede, secondo il progetto del preside di Architettura Edoardo Benvenuto. Ma la demagogia ad un certo punto prevale sulla democrazia e si sono voluti accontentare le lobbies dei professoroni come gli studenti che così hanno l'Università sotto casa e di conseguenza cercheranno un lavoro poco faticoso e mal remunerato, ma sotto casa. Così con il tre + due abbiamo risolto democraticamente il livello di acculturamento dei giovani che sono stati divisi in quelli di serie A - laurea specialistica o magistrale - e quelli di serie B - laurea triennale, che poi non è laurea vera, punto dove si ferma la maggioranza degli studenti. Abbiamo - hanno? - ingannato i giovani e continuano ad ingannarli con un florilegio di inutili materie - non si parla più di discipline - che non servono a niente.
Così non si formano specialità ed eccellenze. Ovvero non le formano quasi più le Università di Stato, ma le nuove e più organizzate Università private. Ancora due cose. Ai docenti che alla verifica non presentassero parametri di ricerca e di didattica all'altezza del compito universitario, si dovrebbe bloccare lo stipendio per un anno. Gli studenti dovrebbero avere l'obbligo di frequenza. L'Università prepara al lavoro, ma è già un lavoro, un laboratorio che attraverso esami lezioni seminari conferenze discussioni prepara i giovani a vedere affrontare e tentare di risolvere problemi, allenandoli metodologicamente e contenutisticamente alle future prove che la vita loro riserverà.
*Università di Genova