Il mondo cambia l’inglese Ora è il Globish la lingua dei viaggiatori

È l’«English» di tutti. Un francese l’ha codificato e sfida gli anglosassoni: «Imparatelo anche voi o nessuno vi capirà»

Eleonora Barbieri

Gli inglesi si devono rassegnare: quella di Oxford non è la lingua del futuro. Il problema è che non è abbastanza internazionale o, almeno, non quanto il Globish: lingua globale, comprensibile a tutti, in qualunque situazione e in qualsiasi posto del mondo.
Il Globish è inglese, ma un po’ più semplice. Niente a che vedere con le sottigliezze, i giochi di parole, le sfumature o le espressioni idiomatiche: al massimo, chi parla Globish ricorre a quelle del volto, per spiegarsi meglio, là dove le parole non arrivano. E gli inglesi non possono pretendere di continuare a parlare la loro lingua con precisione snobistica: devono adattarsi e imparare il surrogato universale (e un po’ più rozzo), ormai codificato dalle regole della sopravvivenza globale.
La morte dell’inglese come lingua del mondo è stata decretata, ovviamente, da un francese. Il britannico The Times ha raccolto la voce di Jean-Paul Nerrière, ex dirigente dell’Ibm che, da Parigi (e dall’alto di due pubblicazioni sull’argomento: Don’t Speak English, Parlez Globish, tradotto anche in italiano e il più recente Découvrez le Globish) ha spiegato che, per spostarsi da un capo all’altro del pianeta, anche gli anglosassoni devono imparare una lingua straniera. Uno sforzo che, fino ad ora, hanno cercato di evitare, ma che è ormai indispensabile per farsi capire da tutti. «L’inglese non appartiene più agli anglofoni - ha spiegato Nerrière ai non più legittimi proprietari della lingua di Shakespeare -. Ora appartiene alle persone di Singapore, di Ulan Bator, di Montevideo, di Pechino e di ogni altra parte del mondo».
Tanto che il paladino della lingua universale ha deciso di mettere loro a disposizione un programma sepcifico, per imparare a scrivere in Globish. Era da qualche decennio che i francesi non si toglievano una soddisfazione così: almeno da quando la lingua d’Oltralpe è diventata una passione d’élite, anziché un passepartout. Nerrière prova a rifarsi, nascondendosi dietro una causa inattacabile: gli affari. Business is business, gli inglesi dovrebbero capirlo meglio degli altri. I manager, quando si incontrano e discutono di scambi, contratti e acquisizioni, devono trovarsi a loro agio: e il Globish aiuta, facilitando la conversazione, le firme in calce, l’intesa su tutti i fronti. Pazienza se la grammatica ne risente: che male c’è a omettere il verbo, e dire «I from Milan, you live Shanghai?» (cioè il maccheronico «Io da Milano, tu vivi Shanghai?»), se l’errore può servire a intenerire un dirigente cinese fino ad allora inamovibile?
Secondo Nerrière, nessun problema. Così gira, dice agli inglesi: come noi (francesi) abbiamo rinunciato ad imporre la nostra lingua, ora anche voi dovete adeguarvi al resto del mondo. Dimenticate i seicentoquindicimila vocaboli dell’Oxford English Dictionary: ne bastano mille e cinquecento. E non provate a sgarrare: altrimenti, il vostro interlocutore vi rivolgerà l’espressione muta e un po’ vacua che voi riservate ai turisti imbranati in visita Oltremanica. Che, poi, è la stessa che i francesi continuano a riproporre ai turisti che si avventurano in Francia, senza aver imparato la loro lingua.
Nerrière, però, non sembra incline all’autocritica: l’occasione è troppo ghiotta. «Gli anglosassoni devono fare uno sforzo e parlare come tutti gli altri - ha rincarato la dose con il Times -. Se lo faranno, la gente non li considererà più così arroganti e, magari, potrebbero diventare addirittura popolari». Ai non anglofoni bastano 182 ore per imparare il Globish: gli inglesi potrebbero cavarsela anche più in fretta. Non è la lingua di Joyce o di Faulkner: è solo «uno strumento» - avverte l’autore - che lascia intatte la ricchezza e la bellezza delle singole lingue nazionali. Nerrière, insomma, canta quasi vittoria. Il Times non si scompone. Okay? Okay. Tanto il Globish non è, comunque, francese.