Un mondo pulito ma di morti di fame

Lo scorso novembre mi ritrovai a dibattere con Pecoraro Scanio nel programma televisivo Otto-e-mezzo condotto su La7 da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni. Non appena aprii bocca, il ministro, immemore di essere sventolatore di bandiere della pace e a dispetto della presenza in studio di una signora, andò in escandescenze, urlando come un forsennato e augurandomi, più o meno, di marcire tra le scorie radioattive. Avevo appena affermato che tra i grandi mali che ha dovuto subire l'umanità a causa di sé stessa - la schiavitù, il nazismo, il comunismo, il terrorismo - l'ambientalismo li superava tutti: più precisamente, dissi che l'ambientalismo è più pericoloso di comunismo + nazismo + terrorismo messi insieme.
L'affermazione mi era (e mi è) talmente evidente che provai enorme meraviglia nell'apprendere che essa fu disapprovata da quasi tutti i miei amici e conoscenti che mi avevano seguito in trasmissione: «è stata una inopportuna provocazione», fu il commento più benevolo; ma mi è rimasto il dubbio se fu considerata «provocazione» perché ritenuta falsa o perché ritenuta vera, una di quelle verità che non sta bene dire, insomma. Pensate che un mio collega e amico mi invitò a tenere una conferenza pubblica all'università di Bologna - moderata dal grande Piero Angela - ma si fece promettere solennemente che non avrei ripetuto quella evidentemente indicibile frase. Io continuo a non capire come agli esperti di fotochimica dell'ateneo più antico del mondo si consenta di affermare pubblicamente che l'efficienza della trasformazione dell'energia solare in biomassa è «quasi del 100%», una palese menzogna visto che quell'efficienza è inferiore all'1%, mentre si vieti di affermare una palese verità come quella da me enunciata. Pur non capendo, mi adeguai e mantenni la promessa.
L'occasione di tornare sull'argomento tabù me la fornisce niente meno che Vaclav Klaus, già primo ministro e ora presidente della Repubblica Ceca, valente economista, ottimo conoscitore della lingua italiana e ospite, lo scorso mese, del presidente Napolitano. Orbene, lo scorso mercoledì, nel presentare il suo ultimo libro - Modrà, nikoli zelenà planeta, di cui attendo con ansia un'edizione in una lingua a me nota (in italiano dovrebbe fare Un pianeta blu, non verde) - il presidente Klaus ha dichiarato: «Il pericolo che sta correndo il nostro pianeta non è quello che viene dall'effetto serra, che è una colossale menzogna; il vero pericolo, e che ci viene dai Verdi e dalle loro menzogne, è la perdita della libertà. L'ambientalismo è potenzialmente più pericoloso del comunismo».
La preoccupazione principale di Klaus è l'ineluttabile perdita di libertà che seguirebbe dall'affermazione delle tesi ambientaliste: ne leggeremo le argomentazioni nel suo libro, non appena disponibile. Per il momento, forte di questa illustre consonanza di pareri, consentitemi di condividere con voi le mie semplicistiche argomentazioni per ribattere a Pecoraro Scanio con quella frase tabù. Il ministro aveva affermato che, se dipendesse dai Verdi, le emissioni di anidride carbonica del mondo sarebbero, oggi, del 70% di meno. Vediamone le conseguenze. Siccome il 90% dell'energia che usiamo proviene dai combustibili fossili, e siccome l'80% dei costi di ciò che mangiamo sono, direttamente o indirettamente, costi energetici, allora, se dipendesse dai Verdi, la disponibilità di cibo del mondo sarebbe ridotta del 50%, come si calcola moltiplicando 70x90x80. Circostanza che, per noi, significherebbe saltare il pranzo e limitarsi alla colazione e alla cena; ma per un paio di miliardi della popolazione mondiale significherebbe passare dalla condizione di limite di sopravvivenza alla condizione di estinzione per fame. Che le cose stiano così, e a dispetto del fatto che vorrebbero farci credere di poter colmare con l'energia dal sole quel 70% (per ragioni tecniche l'energia dal sole non può colmare neanche il 10%), ne sono consapevoli anche i Verdi: fateci caso, ma sta infatti diffondendosi l'idea della «decrescita felice». Immagino che la felicità stia nel fatto di non essere tra quei 2 miliardi destinati a morire di fame.
Franco Battaglia