Le notizie sull'aborto non sono obbligatorie. Esultano i pro-life Usa

Storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sulle informazioni per l'aborto. I centri pro-vita non saranno più costretti a promuovere l'aborto gratuito e a basso costo

La Corte Suprema degli Stati Uniti, pronunciandosi a favore dei centri contro l'aborto, ha abrogato la decisione di un tribunale di livello inferiore che aveva fatto applicare una legge della California la quale impone, ai centri di cura pro-life per le donne incinte, di informare le pazienti sulla disponibilità dei servizi abortivi e di pianificazione familiare finanziati dallo Stato.

L'Alta Corte ha deciso il caso del National Institute of Family and Life Advocates (Nifla) contro Xavier Becerra, procuratore generale, e altri, attraverso una risicatissima maggioranza di 5 giudici contro 4.

La corte si è così pronunciata a favore della libertà di espressione e di coscienza ed ha cassato la legge californiana che voleva costringere i centri pro-vita a promuovere l'aborto gratuito e a basso costo.

La risoluzione rileva che la legge della California chiamata Reproductive Fact act viola il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che, dal 1791, protegge i diritti alla libertà di religione e alla libertà di espressione.

Secondo la sentenza, il giudizio della Ninth Circuit court’s della California avrebbe avuto "effetti disastrosi sulle organizzazioni religiose in generale" e sarebbero state "costrette ad agire in conflitto con le credenze religiose delle istituzioni" e i loro membri "a parlare e agire in modo contrario alle loro credenze".

Il cardinale Timothy M. Dolan di New York, presidente della commissione per le attività Pro-Life della U.S. Conference of Catholic Bishops (Usccb), cioè la Conferenza episcopale americana, ha rilevato che si tratta di "un'importante vittoria per i diritti di libertà di parola delle organizzazioni a favore della vita". Per il cardinale la Corte Suprema ha affermato che il Primo Emendamento "protegge il diritto di tutte le organizzazioni a scegliere autonomamente non solo cosa dire, ma cosa non dire. Inclusa la possibilità che i centri di assistenza per la gravidanza pro-vita continuino a fornire un sostegno vitale per madre e figlio senza essere costretti dai governi a fornire pubblicità gratuita per l'atto violento dell'aborto in diretta violazione delle convinzioni dei centri pro-vita".

L’Usccb aveva depositato il ricorso davanti la Supreme Court of the United States spalleggiata da altre organizzazioni pro-life come la California Catholic Conference, la Catholic Health Association of the United States, il Lutheran Church-Missouri Synod, la Christian Legal Society e Agudath Israel of America.

"Applaudiamo alla scelta della Corte Suprema degli Stati Uniti", ha detto Penny Nance, presidente dell'organizzazione Concerned Women, "per aver affermato oggi che gli americani Pro-life non possono essere discriminati e presi di mira dal governo".

La Nance ha sottolineato che questo caso non riguarda in sé per sé l'aborto. "Il caso si è concentrato sul mandato inappropriato da parte dello Stato di costringere gli operatori delle cliniche pro-vita a promuovere l'aborto in violazione delle loro coscienze".

Il voto di 5 a 4 presso la Corte Suprema ha dimostrato ancora una volta l'importanza della nomina dei giudici da parte dell'amministrazione federale guidata da Donald Trump e l'influenza delle elezioni sui progressi o le battute d'arresto della cultura pro life.