Operazione anti-terrorismo in Turchia: arrestate 1200 persone

Lo rivela una nota del ministero dell'Interno turco. Delle 1273 persone arrestate, quasi 1000 sono sospettate di legami con la rete golpista di Gulen

Non si placa l'ondata di arresti in Turchia cominciati subito il fallito colpo di stato del 15 luglio 2006. Una nota di oggi del Ministero dell'Interno turco ha rivelato che nell'ultima settimana sono state arrestate 1273 persone nell'ambito di una serie di operazioni anti-terrorismo condotte dal governo premier Binali Yildirim, compagno di partito del presidente Recep Erdogan.

La maggior parte dei fermati (920) sono accusati di far parte della rete golpista di Fethullah Gulen, ricercato per terrorismo dalle autorità turche per avere organizzato il colpo di stato dell'anno scorso mirato a destituire con la forza Erdogan. Tra le altre persone arrestate ci sono 278 presunti militanti del Pkk, oltre a 50 affiliati all'Isis e 25 affiliati a partiti di estrema sinistra. Secondo il bollettino diramato dalle autorità turche, sempre nell'ultima settimana (e sempre durante queste operazioni anti-terrorismo) sono stati uccisi 33 guerriglieri del partito indipendentista turco. Il governo Yildirim ha pubblicato anche la lista di 130 persone destinate a perdere la cittadinanza qualora decidano di non fare rientro nel Paese entro 90 giorni.

In base a quanto riferito dalla Cnn turca, in questo elenco ci sarebbero alcuni personaggi importanti. Oltre a Tugba Hezer Ozturk e Faysal Sariyildiz, deputati filo-curdi dell'Hdp (Partito democratico dei popoli) che in questo momento si troverebbero in Europa, spicca ovviamente il nome di Gulen, presunta mente del fallito colpo di stato del 2016 che, secondo le intenzioni di chi lo aveva organizzato, doveva destituire con la forza il presidente Erdogan, accusato di avere approvato negli ultimi anni una serie di riforme che soffocano la democrazia nel Paese.

Da allora Gulen è diventato il nemico pubblico numero uno dello Stato turco, che hl'anno scorso ha inutilmente chiesto agli Usa l'estradizione allo scopo di metterlo sotto processo per terrorismo. L'ultimatum dei 3 mesi entro i quale fare ritorno in patria pena la perdita della cittadinanza, è stato pensato proprio per tentare un disperato "assalto" al predicatore fuggito in America. Un tentativo in extremis destinato a non produrre risultati e a rendere ancora più accentuata la spaccatura tra le due anime del Paese: una più islamista, l'altra più laica.