Trump dice no allo stratega che lo vuole più "presidenziale"

Donald Trump ha affidato la sua campagna elettorale ad un nuovo stratega, Paul Manafort, un navigato consulente delle campagna repubblicana, sin dai tempi di Ronald Reagan e George Bush padre. Negli ultimi anni aveva lasciato Washington andando a lavorare per Viktor Yanukovich, ex presidente filorusso dell'Ucraina

La "conversione" di Donald Trump su posizioni più moderate e presidenziali è durata davvero poco. Secondo quanto rivela Politico, che cita diverse fonti della campagna del tycoon, Trump si sarebbe infatti infuriato dopo aver letto sui giornali quello che il suo nuovo guru, Paul Manafort, avrebbe detto ai leader repubblicani, rassicurandoli sul fatto che ora il front runner esagera nei toni per attirare i voti ma sicuramente, una volta ottenuta la nomination, avrebbe assunto toni più moderati e "presidenziali".

Trump non ha gradito. Non ci tiene a passare come un burattino. Rivendica il diritto di essere se stesso e continuare a comportarsi come sempre ha fatto sino ad ora. Trump era già preoccupato, rivela ancora Politico, del fatto che in poche settimane
il nuovo stratega aveva rivoluzionato lo staff, portandovi molti lobbisti suoi ex colleghi. Il ripensamento di Trump porterà inevitabilmente alla riabilitazione di Corey Lewandowski, il manager della campagna di Trump sin dagli esordi, che era stato di fatto esautorato (ma non rimosso) con la nomina di Manafort.

Tra Manafort e Lewandowski ora è guerra aperta. Il primo in un'intervista alla Fox ha accusato la gestione di Lewandowski di essere responsabile dei problemi che sta avendo la campagna a nominare delegati. Alle accuse hanno risposto, però lontano dalle telecamere, gli alleati del manager chiedendo cosa abbia fatto finora Manafort, che sembra trascorrere gran parte del suo tempo in televisione, per migliorare la situazione.

Manafort aveva ricevuto l'incarico di manager della campagnia elettorale di Trump il 7 aprile scorso. Sessantasette anni, laurea alla Georgetown University e alla Georgetown University Law School, avvocato di professione, Manafort non ha mai dimenticato l'antico amore per la politica, che risale al 1976, quando appena 27enne entrò nello staff di Gerard Ford. Con il tempo è riuscito a tessere una fitta rete di contatti che ha permesso alla sua società di consulenza di lavorare con molti parlamentari repubblicani. Il suo ingresso nello staff di Trump era stato celebrato come un successo da parte del tycoon: "Paul è una grande risorsa e un’importante aggiunta. Lui e l’intera squadra che sto costruendo garantiranno che venga rispettata la volontà degli elettori repubblicani, e non dell’establishment politico di Washington, nella selezione del candidato del partito repubblicano (il chiaro riferimento è all'ipotesi di una convention aperta, dal risultato incerto, ndr). Non vedo l’ora di vincere la nomination e, infine, la presidenza, per rendere l’America di nuovo grande".

"Manafort è un navigato consulente sin dai tempi di Ronald Reagan e George Bush padre. Negli ultimi anni era sparito di scena, andando a lavorare per Viktor Yanukovich, fino a quando il presidente filorusso fu costretto a fuggire dall'Ucraina dopo essere stato destituito nel 2014. Gli amici chiamano Manafort il "Conte di Monte Cristo", mentre secondo altri, sottolineava Politico in un ritratto di qualche anno fa, è "l'uomo invisibile" per il modo in cui è riuscito a gestire le carriere politiche di alcuni leader internazionali (oltre a Yanukovich figurava tra i suoi clienti anche il dittatore delle Filippine, Ferdinandos Marcos), senza mai sparire del tutto da Washington.

"Non non sappiamo esattamente quello che Manafort abbia fatto per il suo cliente ucraino - scrive il Washington Post - ma sappiamo come Yanukovich vinse le elezioni nel 2010 e come ha gestito il Paese. Forse Manafort può trasmettere alcune delle lezioni della sua esperienza al candidato alla Casa Bianca Trump". Il quotidiano Usa ricorda inoltre come il presidente filorusso affrontò un profondo "rifacimento di immagine" e ripulitura dei suoi modi ed argomenti, "simile a quello di cui ha bisogno Trump in questo momento".

Oggi si vota in cinque Stati

Nuovo turno di primarie oggi in Usa, con un Super Tuesday che coinvolge cinque Stati del Nord est: Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island, in tutto 24 milioni di abitanti, di cui circa la metà in Pennsylvania, che è lo stato chiave di questo round. In palio 172 delegati per i Repubblicani e 384 per i Democratici: un numero che rende questo voto l’appuntamento più importante della corsa prima del bersaglio grosso di inizio giugno, quando si vota in California, Montana, New Jersey, New Mexico, North Dakota e South Dakota.

Commenti

potaffo

Mar, 26/04/2016 - 18:45

"Moderati" = massoni e ladri. Vai Trump!

franco-a-trier-D

Mer, 27/04/2016 - 09:54

questo Trump vi porterà ad una 3° guerra mondiale il danaro lo ha accecato di mania di grandezza.