Il monumento alla memoria a rischio d’essere dimenticato

Oggi alle 17, presso il Circolo unificato dell’Esercito, in via San Vincenzo 68, si tiene la presentazione del libro «Genova e i suoi Caduti“, Edizioni Nova Scripta, storia del monumento di piazza della Vittoria, autore Padre Celso da Favale, con prefazione del ministro della Difesa onorevole Ignazio la Russa. Sarà presente l’Autore. Introduce Gianni Plinio, intervengono Stefano Monti Bragadin, docente dell’Università di Genova, l’architetto Riccardo Forte del Do.Co.Mo.Mo. International, Luca Borzani, presidente della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, e i senatori Roberta Pinotti e Giorgio Bornacin. Moderatore Massimiliano Lussana, caporedattore del Giornale.

di Maria Luisa Bressani

Un grande libro di memoria «Genova e i suoi caduti» di Padre Celso da Favale. Grande perché ricorda i 4675 genovesi, caduti nella I Guerra mondiale, i cui nomi stanno nella Cripta sotto l'Arco di piazza Della Vittoria. Grande perché in suggestive foto ripropone non solo l'Arco opera di Marcello Piacentini ma anche le sculture e i bassorilievi di Dazzi, De Albertis, Prini con effetto dell'Arte che oltrepassa i tempi. Come in un film ci scorrono innanzi le statue Le Fame di Arturo Dazzi (La poesia lirica, La bucolica, La spada, Lo scudo, ecc.), i suoi realistici momenti di guerra con il soccorso prestato dalla Croce Rossa, la Messa al campo, il Corpo a corpo e altri tragici momenti; nella Cripta il Crocifisso di Edoardo De Albertis, il San Giorgio e gli angeli delle Vittorie di Giovanni Prini.
L'emozione cresce attraverso testimonianze d'epoca. In un articolo del Secolo XIX sull'inaugurazione del monumento, 31 maggio 1931, Re Vittorio Emanuele III rievoca i caduti con la parola Presenti. Come se questi rispondessero all'appello con la stessa suggestione di parole di Sant'Agostino in una targa commemorativa, apposta dopo, dalla «Città di Genova per i caduti della guerra del 1940/45»: «Coloro che ci hanno lasciati non sono degli assenti, sono degli invisibili che tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime». Non è retorica se quel Presente/Presenti ritorna - quasi metafora del nostro vivere - con i nomi dei consiglieri comunali, presenti in aula con il sindaco Pericu, nella Delibera del 26 marzo 2003 che, grazie al consigliere Bernabò Brea di Alleanza Nazionale, ritratta la precedente di sospensione del sussidio di euro 129 e 11 centesimi: le 250mila lire annue fissate da Benito Mussolini per far celebrare alla domenica la Messa nella Cripta. In pratica solo 40 lire a Messa, ma tant'è! Solo 40 lire però importanti se un padre avesse accompagnato i figli a quella Messa per educarli al ricordo come si fa nel condurli ad un Museo.
Grande questo libro per altri due motivi di testimonianza. Il libro ricorda i Cappellani militari: i sacerdoti richiamati nella grande guerra furono 2200, ne caddero 102, altri 747 morirono per cause di servizio, 795 i feriti, molti i decorati. Da una bella foto i dieci Cappellani, addetti alla celebrazione della Messa in Cripta, ci guardano con occhi limpidi e segue il racconto della vita di alcuni molto meritevoli e anche la memoria dei 300 Vigili del Fuoco che con il loro Cappellano Mychael F. Judge dell'ordine dei Frati Minori morirono l'11 settembre 2001 sotto le macerie delle Twin Tower. Segue la lunga storia dei Cappuccini liguri, Cappellani militari già sulle galee genovesi a Lepanto nel 1571 o nella guerra del Duca di Savoia nel 1603 contro Ginevra e in altri momenti storici nodali.
Grande infine questo libro per tre Omelie dell'autore, riportate nelle ultime pagine. Il Cappuccino Padre Celso Favale si è adoperato per continuare a far celebrare la Messa nella Cripta e per la cura di questa; all'attivo ha altri libri di testimonianza, tra cui: Il mio paese, Favale di Malvaro capitale degli emigranti, I Patroni e le Preghiere delle Forze Armate, La Messa del Malato.
Per il lettore è in queste tre Omelie il momento più emozionante e controcorrente in una storia genovese, di oblio e d'incuria con degrado del Monumento e con lo sfregio di siringhe abbandonate da tossici senza ideali contro il mal di vivere. L'Omelia per il 62° anniversario della morte di Mussolini ce ne ricorda alcuni meriti e una frase di Pertini quando seppe che era stato arrestato: «Fatelo morire come un cane!» Si perdona il partigiano, ma alla fine la storia - negli occhi dei testimoni - trova un suo riscatto come in queste parole: «Mussolini ha lasciato l'Italia un po' meno povera di come l'ha trovata». La seconda Omelia ci ridà Luigi Ferraro medaglia d'oro al valor militare, uomo «semplice, umile, molto umano». La terza il 15 aprile 2007 è in memoria di Fabrizio Quattrocchi: «Proveniente da un'ottima famiglia, cresciuto alla scuola di lavoro, rettitudine, dovere quotidiano ed anche d'amor di Patria... Mentre altri nella sua stessa situazione hanno perduto la faccia, lui ha rifiutato la mortificazione del ricatto ed ha offerto la sua giovane vita da Italiano vero, da eroe». Così Padre Celso, da testimone autentico del nostro tempo e nell'infuriare di polemiche di un'Italia cialtrona. Ricordate come da alcuni Quattrocchi fosse definito «mercenario»? Gran libro per non dimenticare!