Il moralismo alla "Furore" ferma il futuro

Furore, meglio sarebbe stato titolarlo in modo letterario e cioè «Grappoli di ira» (The Grapes of Wrath, 1939), di John Steinbeck (1902-68), è considerato un capolavoro della letteratura americana. Secondo me non lo è. Si tratta più o meno di un reportage sulla condizione dei piccoli proprietari terrieri del Midwest ai tempi della depressione. Con un stile che oggi si potrebbe dire alla Report o alle Iene, e cioè moralistico, e con una tesi da dimostrare, si racconta la triste epopea di una famiglia che perde tutto. E alla ricerca dell'Eldorado, attraverso la Route 66, cerca fortuna in California. I piccoli proprietari spogliati di tutto sono onesti, lavoratori, saggi e uniti ai valori della famiglia. Incontrano un mondo di tremendi capitalisti, cattivi, avidi, sfruttatori e assassini. Assistiti da una banda di sceriffi corrotti e violenti. In Furore, vincono i cattivi, o meglio il sistema dei cattivi, che non accetta sindacati, leghe e rivendicazioni di ogni tipo. È un inno al socialismo, alle comunità che si autoregolano, ai collettivi, avrebbero detto una trentina di anni dopo.

Perché un romanzo così scontato, banale, corretto, osannato da chi la pensa sempre bene e da Le Monde, interessa questa rubrica liberale?

Per due motivi. Il primo ha a che vedere con la trasformazione. I contadini del Midwest vengono cacciati dalle loro terre, perché dei «mostri», i trattori, sostituiscono gli aratri trainati dagli animali. Il romanzo, il furore di Steinbeck nasce tutto da là. Il padre della famiglia perde la sua ragione perché perde la sua terra. In realtà ha perso il treno della storia. Qualcuno forse ha rimpianti per la terra e l'aratro. L'America, grazie ai trattori e non solo, è diventato il luogo più ricco del pianeta. In trent'anni sfamiamo tre miliardi di persone in più. Il progresso tecnologico ha portato gli uomini ad esigere il Wifi, più che una patata per non morire di fame. Oggi come allora siamo in un momento in cui il mondo sta cambiando. La rivoluzione digitale ha lo stesso effetto dirompente che la meccanizzazione ha avuto nell'agricoltura. Rischia di creare nuovi poveri, li sta già creando, siamo noi rimasti ancorati alla zappa e all'aratro. Possiamo urlare come fa Tom, l'eroe di Steinbeck, o capire a manovrare i trattori.

Il secondo motivo è che durante processi di trasformazione, la grande depressione americana, la rivoluzione digitale oggi, la feroce transizione può essere raccontata in modo moralistico e romantico alla Steinbeck, o denunciando il rischio di perdere le nostre libertà conquistate alla Ayn Rand. La sua Fonte meravigliosa, segue di poco Furore, ma con ben altro spirito. Insomma il rischio del trattore e dei big data è dietro l'angolo, occorre comprenderlo e non combatterlo.