Il moralismo riciclato che rende impossibile la nostra vita politica

diIn un magistrale articolo sul Corriere della Sera del 25 settembre scorso, criticando l’utopia antimercato dei neorepubblicani, Angelo Panebianco scrive che le grandi crisi economico-finanziarie attivano regolarmente, come rimedio all’«anarchia dei mercati internazionali», la richiesta di un «ritorno alla Politica con la p maiuscola». Negli anni Trenta, ricorda, abbondarono le teorie che davano per spacciato il capitalismo laissez-faire e invocavano un’economia pianificata dalla politica ma allora i miti della pianificazione e del socialismo avevano una forte presa sugli animi. Oggi che il dirigismo economico è ampiamente screditato in quanto sinonimo di miseria e di oppressione ideologica, contro il liberismo selvaggio viene ripescato l’antico ideale repubblicano che l’economia intende imbrigliare e assoggettare al comando politico. «L’ideologia neorepubblicana è in sostanza una macchina di riciclaggio di pulsioni anticapitaliste. È il sostituto, o il surrogato, di antichi miti socialisti in disarmo. In essa trovano comoda accoglienza i vecchi argomenti sulla finanza-farina del Diavolo, i nuovi anatemi antiglobalizzazione e la demonizzazione delle lobbies, ree di sporcare con i miserevoli interessi privati (anche quando non ci siano violazioni di legge) la purezza e la trasparenza della “città” repubblicana, di attentare, con la loro stessa esistenza, alla sua virginale virtù». Ma può esserci democrazia senza mercato? La libertà di consumo è una faccia imprescindibile della libertà: se compressa o eliminata vien meno anche la libertà politica e alla fine, ci si ritrova con una nuova sudditanza.
Panebianco ha espresso la posizione liberale classica, quella che fa del liberalismo non una filosofia dei diritti ma un’esigente teorica delle libertà che ritiene inseparabili la libertà del cittadino da quella del consumatore. Non tutti la pensano come lui: moltissimi ritengono che nei periodi di vacche magre lo Stato non possa astenersi dal soccorrere, con una vasta e costosa legislazione sociale, le vittime dei cicli economici, anche a costo di mettere le mani sui redditi e sui patrimoni allo scopo di ripartire su tutti sacrifici e (relative) perdite di status. È la posizione classica della sinistra occidentale (laburisti, democratici americani, socialdemocratici, liberal vari) e non dovrebbe meravigliare se, anche da noi, ai «quattro gatti liberali», come li chiama Piero Ostellino, si contrappongono gli assai più numerosi gatti «repubblicani». C’è, tuttavia, qualcosa che distingue la nostra dalle contrapposizioni politiche di altri Paesi euro-atlantici ed è la delegittimazione etica e culturale, prima ancora che politica, che investe i liberali alla Panebianco. È una delegittimazione che può essere ricondotta a due fattori: l’eredità azionista e la presenza di Berlusconi. Per eredità azionista intendo un’irriducibile eticizzazione della politica (tipica sia della filosofia mazziniana che di quella del Partito d’Azione) che non vede nell’avversario un concorrente, ma un’incarnazione del Male o, nella migliore delle ipotesi, un retrogrado che minaccia di arrestare la locomotiva del Progresso. Al fuoco del moralismo azionista porta nuova legna la figura di Berlusconi che, pur incapace di vere liberalizzazioni, resta il simbolo di una lontananza siderale dal mondo e dalle idealità degli «antimercatisti». In un’epoca in cui è difficile presentare l’avversario come un bieco padrone delle ferriere o un ingenuo complice del potere, fa comodo pensare che dall’altra parte del fiume, sulla sponda liberale, non ci sono Luigi Einaudi o Benedetto Croce, ma un imprenditore prestato alla politica i cui costumi privati sono da basso Impero.