La morsa Veltroni-D’Alema stritola Franceschini

Pd allo sbando. Il leader: "Chiudiamoci in una stanza a litigare, ma usciamo uniti". Ma
il dualismo fra i due big continua a affossare il partito. Se a giugno ci sarà la batosta elettorale il lìder Maximo sarà il primo a chiedere il cambio di vertice

Roma Per quanto possa apparire surreale, l’antico dualismo Veltroni-D’Alema che ha diviso per anni il Pd (e quel che c’era prima) è ancora in vigore, e all’origine di molte traversie di oggi.
Magari un po’ più sottotraccia, visto che l’uno non è più segretario e l’altro non ha alcun incarico esecutivo nel partito. Ma ancora vivo: i dalemiani promettono minacciosi di «de-veltronizzare Roma e il Pd»; i veltroniani sono disposti a sostenere a spada tratta chiunque non sia sospetto di simpatie dalemiane. Nessuno dei due, ovviamente, si augura un fallimento del progetto-Pd. Ma se sull’onda di batoste elettorali il nuovo partito dovesse implodere, è chiaro che si troveranno su fronti contrapposti: D’Alema a recuperare l’eredità post-Ds, Veltroni a progettare nuovi esperimenti post-ideologici all’americana.
È un antagonismo che pesa, ad esempio, anche sulle sorti dell’attuale segretario Dario Franceschini: Veltroni e i suoi lo hanno blindato, e quindi D’Alema glie l’ha giurata. Se il risultato delle prossime elezioni non sarà più che difendibile, D’Alema sarà tra i primi ad aprire il congresso per cambiare leader. Con chi, non è ancora chiaro: per ora in campo è già sceso Pierluigi Bersani, sostenuto dall’anima ds in nome di una riconversione più «a sinistra» del Pd, e per D’Alema sarebbe assai difficile negargli il sostegno dopo averlo bloccato troppe volte (preferendogli Fassino prima, fermandolo su Veltroni poi, quando Bersani voleva concorrere alle primarie). Ma non è ancora detta l’ultima parola, e l’autocandidatura di Anna Finocchiaro o l’ipotesi di un «terzo uomo» per la segreteria evocata da Goffredo Bettini indicano la possibilità che alla fine l’ex premier possa cambiare cavallo.
D’Alema e Veltroni sono ancora pronti, come sempre, per dirla con la battuta di una importante dirigente parlamentare del Pd, «a fare a gara a chi ce l’ha più lungo». Un esempio? Sulle preferenze alle Europee si è scatenata una battaglia silenziosa. Franceschini e Veltroni puntano sul successo del capolista che hanno scelto, il telegiornalista David Sassoli. «Sarà un exploit come quello di Lilli Gruber», si augurano al Nazareno. Basta accendere la veltroniana tv satellitare Youdem per vederlo in video a tutte le ore, e (massimo onore per un candidato europeo) è stato anche spedito sulla ribalta nazionale di Ballarò.
Le truppe dalemiane, quelle che promettono di «de-veltronizzare Roma e il Lazio» e han cominciato a muoversi sulla Capitale con l’operazione Acea (mettendo un loro uomo nel Cda), rastrellano invece voti per la terna dei loro candidati: nel Lazio Roberto Gualtieri, in Umbria Catiuscia Marini, in Tocana l’ex sindaco Domenici. «Neppure una preferenza a Sassoli», è lo slogan non dichiarato. Per sfondare oltre il bacino diessino, hanno stretto un accordo con il segretario romano Milana (già rutelliano), e si muovono di conserva nella campagna elettorale.
Campagna elettorale che continua all’insegna della babele sui più disparati temi (tanto da costringere Franceschini all’ennesimo appello: «Chiudiamoci da qualche parte a litigare, ma usciamone con una voce sola»). Dallo scontro tra uomini d’ordine (per lo più nordisti) e solidaristi (spesso sudisti) sull’immigrazione alle divisioni sul referendum (che tutti sperano siano risolte dal mancato quorum). Fino alla patata bollente delle cosiddette questioni «eticamente sensibili», sulle quali D’Alema ha lanciato un chiaro avvertimento a Franceschini: basta con l’alibi della libertà di coscienza, il Pd deve darsi una «linea» chiara e «impegnarsi sul fronte dei diritti civili e di libertà, in modo tale che l’Italia possa mettersi al livello di altri Paesi europei». Su questo filone, come sulla questione immigrazione, D’Alema dice di sentirsi in sintonia con Gianfranco Fini, «intransigente difensore della laicità dello Stato», e con i progetti comuni delle rispettive fondazioni, ItalianiEuropei e FareFuturo coltiva un asse preferenziale son un pezzo del centrodestra. Mentre si tira fuori con un certo fastidio dalle querelle interne al suo partito: «Io ragiono da uomo di Stato, dei dibattiti del Pd onestamente non mi interessa pressoché nulla».