La morte non è buona

La cultura radicale è una cultura dei diritti, ma non nel senso della legge naturale, interpretata dal Cristianesimo come fondante diritti inerenti alla persona e antecedenti lo Stato. Nella cultura radicale l’unico diritto è il diritto positivo e si tratta perciò di concessione dei diritti fatti con leggi dello Stato. Ogni problema diviene quindi un problema politico perché si definisce mediante una legge. Il caso singolo può offrire il pretesto ma l’obiettivo è sempre un istituto, una legge dello Stato. La concezione radicale è del tutto interna a quel sistema giuridico, si inquadra nella più pura dottrina di Hans Kelsen, indicata in un recente libro di Mario Motta come la continuità con il Leviathan di Hobbes. Unire un caso emotivo con la politica dello Stato mediante la norma giuridica è presente in tutte le azioni del partito radicale, sia di quello transnazionale che di quello italiano.
Il caso emotivo è quello offerto da Luca Coscioni nella questione della ricerca scientifica sulle staminali embrionali. E non a caso la ricerca sulle staminali embrionali fu oggetto di un referendum che mirava a una legge dello Stato tale da permettere la ricerca scientifica su di esse. Il referendum abrogativo è stato lo strumento dei radicali e della loro cultura per imporre una legge. È questo anche il caso di Piergiorgio Welby. In un mondo che non legittima la morte ma la copre di un silenzio abrogante, un malato che desidera morire con l’impegno in cui abitualmente si concreta il desiderio di vivere ha un impatto emotivo sicuramente forte: tanto che esiste già un movimento che ripropone di spegnere, anche in condizioni di decisione negativa dei giudici o del medico, il filo che lega Welby alla vita anche legalmente. Un atto intenzionalmente illegale è un atto rivoluzionario e tende a stabilire una nuova legalità. Ma il principio che verrebbe sancito con un atto legale o con un atto rivoluzionario stabilisce sempre il concetto che lo Stato può decidere che una vita che non vale la pena di essere vissuta a giudizio dell’opinione pubblica (e pare che Welby abbia la maggioranza dei consensi) possa essere soppressa. Del resto si può chiedere, come fa Barbara Spinelli, il diritto di Welby a non dipendere dalla macchina in nome del principio che l’uomo non può dipendere dalla macchina. La Spinelli non è radicale, ma egualmente sostiene la legittimità dell’atto rivoluzionario che gli consente di non condividere l’idea di una legge che autorizza la dolce morte come diritto. Vive nella Spinelli un certo estremismo umanistico per cui la macchina è indegna dell’uomo.
Se lo Stato interviene a legalizzare in nome del caso umano di Piergiorgio Welby che vuole morire, segnerebbe il principio che lo Stato può interrompere la vita quando chi la conduce ritiene che per lui la vita non valga più la pena di essere vissuta e che il vero vivere sia il morire. La morte può essere giudicata vita per il fatto appunto che essa sopprime il dolore. È un modo della cultura radicale per conciliarsi con la morte, essa può essere legittimata perché diminuisce la sofferenza. Ma così lo Stato diviene capace di legiferare per conto proprio su tutti i casi analoghi a quelli di Piergiorgio, di pazienti attaccati alla macchina e non egualmente disposti alla morte pubblica desiderata da Welby. La morte pubblica ha sempre un grande fascino.
La cultura radicale cerca di introdurre delle leggi, di stabilire dei diritti. Ma facendo così toglie la morte dalla natura e la affida allo Stato. E lo Stato può decidere, avendo il potere sulle macchine, di liberare la sofferenza dalla fatica di essere vissuta. Il diritto che la cultura radicale vuole stabilire è il diritto del sofferente di decidere, e così di vivere, la propria morte. Nel tempo in cui la macchina può mantenere la vita lo Stato rimane il soggetto che risponde delle macchine. La cultura radicale che stabilisce il diritto alla buona morte fonda su questo il diritto dello Stato a dare la buona morte. Dare con abbondanza gli analgesici e i derivati della morfina è un dovere pubblico, evitare l’accanimento terapeutico è un diritto del paziente. Il passaggio all’eutanasia che stabilisce il diritto a ben morire rappresenta un cambio di storia e di civiltà.
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