Morto il regista Castellani: una vita a cancellare il «bollo» di mafioso

Giuseppe Greco, figlio del "papa" di Cosa nostra Michele, aveva cercato invano di affermarsi nel mondo del cinema scrollandosi di dosso il marchio di rampollo di boss

Come regista non era da Oscar. E non ha mai certo sbancato i botteghini. Eppure, negli anni Ottanta, con lo pseudonimo Giorgio Castellani, qualche film non proprio da buttar via era riuscito a produrlo. Ma alla fine l'oblìo, e il peso ingombrante del cognome che portava, lo ha sopraffatto.
Se n'è andato in silenzio Giuseppe Greco, il figlio di Michele, il boss celebre negli anni Ottanta, molto prima che sinonimo di boss diventassero i nomi di Riina e Provenzano. È stato stroncato a 58 anni da un tumore, nella sua casa di Croceverde Giardini, il quartiere di Palermo del quale il padre era stato padrino incontrastato prima dell'arresto, in una campagna sperduta, e dell'ascesa dei «corleonesi».
Quel cognome, quando il padre era il padrone di Palermo, per Giuseppe era stato una maledizione. Mentre Michele, il "papa" di Cosa nostra come veniva chiamato, «regnava ma non governava» (la definizione è del pentito Tommaso Buscetta), Giuseppe Greco aveva trovato uno sfogo nel cinema. E grazie alle rendite paterne era riuscito nel 1981 a produrre un film che già dal titolo, echeggiava le commedie trash degli anni '70: «Crema, cioccolata e pa...prika». Michele Massimo Tarantini firmava la regia, il giovane Greco la sceneggiatura. Nel cast diversi nomi del cinema italiano, come Renzo Montagnani, Barbara Bouchet, Silvia Dionisio, e anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, tornati per l'occasione a recitare insieme.
Il successo fu solo di cassetta. E arrivarono anche i guai giudiziari. Nell'ambito dell'inchiesta dalla cui sarebbe scaturito il primo maxi-processo alla mafia, Giuseppe Greco fu arrestato. Le magliette promozionali del film erano state trovate nel covo di un latitante. Poi si scoprì che la Mercedes usata sul set era stata messa a sua disposizione dal potente esattore Nino Salvo, uomo d'onore di primo piano con il cugino Ignazio, poi ucciso in un agguato.
Giuseppe Greco, accusato di riciclare, attraverso il cinema, i soldi del padre, fu arrestato e condannato a 4 anni. La Cassazione, però, cancellò la condanna, perché riconobbe la completa estraneità del giovane alle vicende di Cosa nostra. Uscito indenne dal processo, Greco tornò alla propria passione, il cinema. E per girare pagina definitivamente, nel 1992, cambiò nome e, come Giorgio Castellani (il cognome della madre), firmò la regia del film «Vite perdute», una sorta di prosecuzione di «Meri per sempre» di Marco Risi, il film che narra le vicende di alcuni reclusi nel carcere minorile Malaspina di Palermo.
Neanche questo fu un successo. Nel 1997 l'ultimo film, «I Grimaldi», una saga familiare che racconta lo scontro tra la mafia tradizionale tutta cuore e valori con la criminalità che traffica in droga. In fondo un'autobiografia della parabola della sua famiglia. E fu un fiasco. Da allora, Greco è uscito di scena con una sola parentesi pubblica: i funerali del padre. Quel padre che solo per averlo messo al mondo lo aveva trascinato in una storia non sua.