Morto Segato, ispirò l’assalto dei Serenissimi a San Marco

Era l’ideologo del commando di 12 persone che l’8 maggio 1997 occupò il campanile del duomo di Venezia. Fu condannato a 3 anni e 7 mesi

Stefano Filippi

L’avevano dipinto come l’ideologo, quello che aveva studiato e scritto libri, l’ispiratore della clamorosa scalata al campanile della Basilica di San Marco. Lui, Bepin Segato, sul tetto di Venezia non ci era neppure salito la notte tra l’8 e il 9 maggio 1997; era «l’ambasciatore» che doveva arrivare per condurre le trattative e non giunse mai. Era solo il «cattivo maestro» dei Serenissimi e fu condannato a tre anni e sette mesi di reclusione per eversione. Carcere severo, durante il quale si ammalò. Ieri Segato è morto. Cause naturali, secondo le prime notizie. Il corpo è stato trovato nel pomeriggio nella casa di Borgoricco, nelle campagne a nord di Padova.
Segato era uno studioso della cultura veneta. Albert Gardin, il suo editore, l’ha ricordato ieri come «un uomo di cultura, un grande diffusore della cultura veneta, punto di riferimento sia per gli studi di etimologia che di toponomastica». Fu lui a scegliere la data per la grande impresa: gli otto Serenissimi dovevano resistere nella torre del campanile sventolando la bandiera con il Leone alato per tre giorni fino al 12 maggio, il duecentesimo anniversario della soppressione della Repubblica Veneta decisa militarmente da Napoleone. Doveva essere un’azione dimostrativa, una scudisciata al Veneto dove risuonava ancora la parola «secessione» urlata da Umberto Bossi pochi mesi prima sulla Riva degli Schiavoni.
Fu un’impresa sgangherata. Gli otto Serenissimi (Buson, due Contin, Barison, Peroni, Menini, Faccia, Viviani) partirono dal Padovano armati di un mitragliatore Mab residuato della Seconda guerra mondiale e nascondendo su un camion l’arma segreta: il «tanko», un autocarro camuffato da carro armato. Arrivarono al Tronchetto vestiti in mimetica, caricarono il «tanko» su un traghetto, spianando il Mab fecero attraccare il ferry-boat in piazza San Marco, scaricarono l’autoblindo e diedero l’assalto al campanile. Alle autorità dissero che avrebbero cominciato le trattative appena fosse giunto il loro ambasciatore, Segato appunto. Ma poco dopo le 8 del mattino del 9 maggio i carabinieri del gruppo d’intervento speciale, le teste di cuoio specializzate nell’antiterrorismo, sventarono il tentativo. Tutti in carcere.
Non erano attivisti politici, non erano iscritti né alla Lega né a partitini autonomisti. Nel loro passato non c’era nulla che li avvicinasse all’eversione: erano nostalgici del «Veneto serenissimo governo» del doge. Segato aveva scoperto documenti che invalidavano la cancellazione napoleonica e il referendum di annessione al Regno d’Italia svoltosi nel 1866. Furono accusati di attentato all’unità dello Stato, banda armata, interruzione di pubblico servizio (nelle settimane precedenti all’assalto avevano interferito nelle trasmissioni Rai). La condanna più severa fu per Luigi Faccia, l’altro ideologo: quattro anni e nove mesi. A Segato toccò la seconda pena. Per anni si susseguirono le manifestazioni di protesta in tutto il Veneto, in cella i Serenissimi ricevettero montagne di lettere di solidarietà poi raccolte in un libro, innumerevoli appelli alla scarcerazione, richieste di grazia. Negata dai guardasigilli Piero Fassino e Roberto Castelli.