La mostra che insegna a percepire e comprendere

Attraversata la soglia di Sala Dogana, lo spazio di Palazzo Ducale dedicato alla creatività giovanile, il passo si fa lento e lo sguardo attento. L'oscurità induce subito uno stato di allerta e i sensi - tutti, nessuno escluso - collaborano istintivamente per affrontare la sfida. Il titolo della mostra, «Percezione», non ci ha messo in guardia quanto questo corridoio buio, dove una trama di luce scandisce la discesa, distorcendo però lungo il cammino l'acquisita, o meglio supposta, conoscenza dello spazio. Appena ne siamo consapevoli l'udito è catturato da un suono familiare, ma non del tutto noto: dobbiamo svoltare l'angolo per scoprire cosa ha architettato Alessandro Lupi per farci esplorare noi stessi nell'atto del percepire e quindi del comprendere. Sì perché le opere di questo giovane artista genovese (classe 1975) da tre anni di casa a Berlino - dove l'anno scorso ha presentato una personale alla Halle am Wasser - trovano piena attuazione nello spaziotempo specifico della fruizione. Nel mettere alla prova lo sguardo per svelarne la sua natura di atto d'ordine, viatico di ricostruzione e compenetrazione tra il noto e il possibile che traghetta in quell'alchimia complessa e affascinante che è la percezione, dove in gioco è la mente tutta. Evento ospite del Festival della Scienza, questa mostra (Piazza Matteotti 9, Genova, fino al 13 novembre; dal martedì alla domenica ore 15-20, ingresso libero) conduce con grazia nelle potenzialità dell'incontro dell'arte con la scienza, tra fisica e ottica, poesia e immaginario.
Svoltiamo allora il nostro angolo per comprendere come: la penombra svela una parete tempestata di linee che si muovono in modo anarchico per poi arrestarsi e ripartire, questa volta in sincrono. Solo adesso riconosciamo il battere incessante del tempo in quelle che sono piccole lancette investite di un'ignota luce fluorescente. Nella sala maggiore della Dogana ecco gli esiti più recenti della ricerca di Lupi: un'indagine intrapresa ormai nel '97, con l'obiettivo di sondare le possibili strategie della visione grazie a opere scritte con la luce, il colore e il movimento. Armato di fili di poliestere tesi e dipinti con pazienza d'altri tempi di pigmenti fluorescenti e fotoluminescenti, il nostro crea un ecosistema dove la luna cede volentieri il passo alla più tecnologica luce di Wood. Penombra e silenzio svelano allora un'umanità priva di carne, abiti o orpelli. Invisibili alla luce naturale, i corpi si alleano con la luce di Wood per svelare la propria identità ma domandando con altrettanta forza la nostra interpretazione dello spazio e della profondità per essere riconosciuti. Scolpiti in punta di pennello, le densità fluorescenti di Lupi - di cui una commissionata da Lubiana, capitale mondiale del Libro dell'Unesco, è esposta in modo permanente alla Trubar House of Literature - si offrono alla contemplazione ma anche all'interazione e sorprendono nel movimento. La ricerca di questo giovane artista del nostro tempo corre in mostra tra prototipi e bozzetti e conduce naturalmente al climax, al centro della sala.
È qui l'indizio di una nuova conquista e l'invito a un'altra sfida. Un dispositivo tiene in tensione fili di juta illuminati con luce a giorno: lo sguardo si focalizza su profondità e simmetrie, la memoria è sollecitata tra pieni e vuoti fino al riconoscimento e alla catarsi. Di cosa starà a voi scoprirlo, ovviamente.