Mostri di cemento I paesaggi della devastazione

Non credetegli. Al coro della sinistra ambientalista che gira con il termometro misurando i gradi. Ai no-global, no-logo, no-ogm, no-saiddìo che strillano per un’autostrada o una linea ferroviaria indispensabili allo sviluppo del Paese ma restano indifferenti di fronte alle colate di villette che coprono coste e pendii, valli e boschi. Non credete alle vestali che additano al ludibrio aziende e imprenditori, invocando la sacra tutela del «pubblico» contro la rapacità del «privato». Non credetegli perché il «pubblico» fa spesso molto peggio del privato. Anzi il cattivo «pubblico» va cordialmente a braccetto con il peggior «privato», entrambi fieramente decisi a distruggere un bene comune meraviglioso e irripetibile: l’Italia.
L’Italia del Trentino dove - tanto per fare un esempio - la potente provincia autonoma capitanata dal governatore Lorenzo Dellai (Margherita) prima vara una legge per fermare le seconde case e poi la svuota di significato consentendo che la «ristrutturazione» di vecchi e antichi edifici significhi in realtà raderli al suolo per costruire cubature doppie, triple, quadruple. Il Trentino «verde» dove si sta perpetrando la massiccia distruzione di intatte plaghe boschive per accontentare la rapacità dei proprietari degli impianti di risalita. L’ultima è l’incontaminata zona di Val delle Lanze-Costa d’Agra-Passo Coe sul confine con la provincia di Vicenza. Qui la potente società Carosello Ski con l’entusiastico appoggio del sindaco del Comune di Folgaria, Alessandro Olivi, progetta sette nuove seggiovie e dodici piste di sci a bassa quota e con bassa pendenza. Ciò significa che per coprirle di neve artificiale in inverni sempre più caldi è necessario realizzare un enorme invaso di centomila metri cubi d’acqua, devastando l’equilibrio idrogeologico. Al finanziamento di questo faraonico progetto, la Provincia autonoma contribuisce con 17 milioni di euro, ma poiché la cifra è insufficiente, l’amministrazione di Folgaria reperisce altri fondi autorizzando la costruzione di nuove seconde case a Serrada (6mila metri cubi) e a Fondo Grande (20mila metri cubi), mentre nella vicina, bellissima plaga boscosa detta «dei Fiorentini» (provincia di Vicenza) i metri cubi di cemento previsti sono «solo» 42mila. Bazzecole per un’Italia dove nell’ultimo decennio si è costruito nella misura di 53 metri cubi per ogni cittadino.
L’Italia della Lombardia dove, mentre un sindaco diessino ma galantuomo (anche se è una signora, Fiorenza Brioni) si batte per salvare il Lago Inferiore di Mantova da un insediamento di trecento villette autorizzato dal suo predecessore e compagno di partito, la giunta di centrosinistra di San Giuliano Milanese autorizza la manomissione dell’incantevole borgo di Viboldone, alle porte di Milano, minacciando di radere al suolo parte degli antichi edifici rurali che circondano la bellissima abbazia del XII secolo per sostituirli con le villettine a schiera, tanto belline, tutte uguali, però nel colore si può scegliere fra il rosa confetto e il giallo canarino.
L’Italia delle Marche dove, in provincia di Ancona, nel territorio di Castelleone di Suasa, gli scavi archeologici stanno da anni riportando alla luce la città romana di Suasa, con l’anfiteatro, le strade, le fornaci, le domus patrizie ricche di splendidi mosaici, i villaggi rurali: un vasto parco archeologico di inestimabile valore. Ma non abbastanza prezioso per il sindaco ulivista di Castelleone, Giovanni Biagetti, al quale sta a cuore lo sviluppo economico del suo paese e quindi autorizza la costruzione di quattro mega capannoni industriali, alti ciascuno dieci metri. E dove? Ma sul sito archeologico suasano di Pian Volpello, dove gli scavi hanno riportato alla luce un antico insediamento romano con fornaci e vasellame tra il I secolo a.C. e la tarda età imperiale. I cittadini protestano, nascono comitati, interviene il soprintendente ai Beni archeologici delle Marche Giuliano de Marinis: «Tranquilli, costruite pure». Di beni archeologici l’Italia è ricca, uno più uno meno...
Abbiamo preso tre esempi a caso, avendo a disposizione lo spazio di un articolo, non di un dossier. Ma chi voglia veramente rendersi conto di che cosa stia diventando l’Italia, vada al Museo Maxxi di Roma, in via Guido Reni, dove la Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanea ha inaugurato ieri la mostra «Atlante italiano 007 rischio paesaggio. Ritratto dell’Italia che cambia» (fino al 18 novembre, catalogo Electa). A quindici fotografi - dieci italiani e cinque stranieri - è stato affidato il compito di verificare lo stato di salute del paesaggio italiano attraverso cinque temi di indagine: i paesaggi del mercato immobiliare, i paesaggi illegali, i paesaggi dell’abbandono, i paesaggi del consumo turistico e i paesaggi eccellenti.
Lo sguardo dei fotografi è neutro. Senza preconcetti documentano gli effetti dello sviluppo edilizio in un’Italia che è ormai occupata da 15 miliardi di metri cubi di edifici, che siano le grandi periferie urbane o quel lungo serpentone di cemento che ormai copre, con piccole e minacciatissime oasi, tutto il territorio costiero. Con sprechi e illegalità: dei quasi 13 milioni di edifici esistenti, 720mila sono inutilizzati o abbandonati, mentre nel solo 2006 su 331mila nuove costruzioni, 30mila sono abusive.
Le immagini sono impietose: campagne lacerate da enormi e spesso inutili svincoli stradali, coltivazioni in abbandono, capannoni industriali fatiscenti, quartieri dormitorio, antichi edifici in rovina o aggrediti da costruzioni brutali. Un paese sfigurato titolò Vittorio Sgarbi un suo libro sugli scempi d’Italia (Rizzoli). Era il 2003. Di questo passo, l’espressione Bel Paese, resterà a indicare solo un formaggio.