Multate, multate qualcosa in cassa resterà

Quando si discute di un più cordiale rapporto tra cittadino e istituzione, con tutta la lieve poesia sull’istituzione che deve mettersi al servizio del cittadino, si naviga nella fantascienza pura. Soprattutto quando si parla dei Comuni, praticamente il primo livello, il più vicino, di questo diabolico rapporto. Per quante chiacchiere si continuino a sprecare, la realtà resta quella di sempre: odiosa. Sì, continua a rimanere odioso l’atteggiamento prepotente e vessatorio dell’ente locale nei nostri confronti, perché ancora oggi, nonostante tante buone parole, non è cambiata la natura del rapporto: il Comune è despota, noi siamo sudditi.

Il despota può accusarci di qualunque cosa, di qualunque errore e omissione, senza neppure la fatica di risponderne. Il despota può intimarci di pagare una multa che abbiamo già pagato quattro anni fa: per non pagarla, siamo noi a dover dimostrare di averla già pagata. Esibendo ricevuta seppiata. Per uscirne sempre indenni, dovremmo praticamente accatastare nei nostri armadi i documenti e le ricevute di una vita intera. Chi commette l’errore di smarrire o di buttare una ricevuta di quattro anni prima lo fa a suo rischio e pericolo: se al despota gira di battere cassa, l’incauto suddito non avrà alcun modo di dimostrare la propria innocenza e finirà per (ri)pagare la grave colpa. Non ci sono mezzi termini, bisogna chiamare le cose con il loro nome: i Comuni, ormai, su questo mostruoso e innaturale sbilanciamento di dignità stanno investendo moltissimo. Le multe non sono più la giusta ed equa punizione al cittadino che sbaglia. È totalmente cambiata la filosofia di questo strano diritto, fino a farlo diventare un vergognoso rovescio. Si parte da questo nuovo concetto: noi Comuni ci proviamo, poi vediamo come va a finire. Tocca ai cittadini, eventualmente, fermare la cosa. Se hanno tempo, voglia, fegato, fisico per affrontare l’impari braccio di ferro. In altre parole: i Comuni hanno imparato l’arte di fare cassa sulla nostra pelle, sperando chiaramente di prenderci per sfinimento. Perché lo sappiamo tutti, e lo sanno loro per primi, com’è la prassi: per un cocciuto che affronta l’odissea legale, ce ne sono dieci che rinunciano in partenza. Per i Comuni, tutto grasso che cola. Senza arrivare ai casi più truculenti, emersi proprio recentemente, dei simpatici amministratori in combutta con le simpaticissime agenzie specializzate in impianti ad alta carogneria, tipo semafori con il giallo abbreviato, senza cioè scomodare le avanguardie malavitose, possiamo restare ai comportamenti leciti: sono comunque spaventosamente arroganti e insopportabilmente ingiusti. Speranze di uscirne? Pochissime. Scontato che non si possa puntare su una ritrovata umanità dei Comuni: ormai, pur di raccattare denari, non esitano di fronte a nulla. Svendono e devastano il proprio territorio per rastrellare Ici e oneri. Con le multe, giocano duro. Per loro, è un azzardo a rischio zero: anche quando noi dimostriamo, dopo lunga ed estenuante battaglia legale, che abbiamo ragione, i Comuni non pagano nulla. Le spese dei procedimenti legali? A carico dello Stato. Sembra un’assurdità, anzi lo è, ma resta la pura realtà: i Comuni ci provano, se va male non ci rimettono niente. Non rispondono. Tutto a carico della collettività. Un’altra volta. Riconosciamolo: dal loro punto di vista, il Comune che non ci prova è decisamente un Comune babbeo.

I have a dream: ultimamente il motto di Martin Luther King è tornato prepotentemente di moda. Io ho un sogno. Nel nostro piccolo, anche noi cittadini avremmo un semplicissimo sogno: almeno, giocare le partite ad armi pari. Noi sbagliamo, noi paghiamo. Il Comune sbaglia, il Comune paga. Sembra elementare. Dovrebbe essere elementare, in una società che ogni tre per due si autodefinisce civile. Ma quale livello di civiltà ci può essere, oggi, in un confronto che trova noi in campo con la fionda e il Comune con il bazooka? È persino troppo ovvio: nessuno pretende di abolire le multe, non è questo il punto. Basterebbe soltanto che lo spietato tritacarne delle multe mettesse l’ente locale in una posizione più responsabile, chiamandolo almeno a rispondere direttamente dei suoi eventuali errori. Delle sue vessazioni. Delle sue angherie. Vogliamo parlare solo del tempo perso e dello stress che una multa sbagliata o una cartella pazza ci portano in casa? Ma di questo tempo e di queste tensioni davvero nessuno deve rispondere?

Troppo facile, adesso. Al mini-processo intentato dal cittadino ardimentoso, che ritiene di avere ragione, il Comune non manda nemmeno il proprio avvocato. Non si presenta. La logica? Evidente: non conviene. Per una causa persa, comunque a carico dello Stato, altre novantanove vengono facilmente vinte. Per un cocciuto suddito che ancora conserva la ricevuta della multa pagata quattro anni fa, ce ne sono almeno altri novantanove che hanno perso o buttato tutto. Fa novantanove a uno. È un bell’andare... I have a dream, io ho un sogno: che un giorno, chissà quando, il potere centrale sospenda solo per un attimo la discussione sulla sacra autonomia dei Comuni, occupandosi anche di come arginarla, questa autonomia. Se autonomia significa che noi siamo il Bancomat e loro prelevano, ci prendiamo almeno l’autonomia di dire questo: bella porcheria.