Muore D’Avanzo, la penna che odiava il Cav

Un infarto mentre andava in bicicletta stronca il giornalista di <em>Repubblica</em>, padre delle dieci domande sul gossip di Berlusconi. Aveva 58 anni. Si era occupato di molte inchieste importanti, a partire dal &quot;Nigergate&quot; alla vicenda di Abu Omar. Aveva scritto di mafia e terrorismo

Per gli uni era il principe dei cronisti giudiziari, per gli altri il principe delle tenebre. L’Italia, si sa, è fatta così: guelfi e ghibellini. È una questione secolare che oggi si ripropone nella mischia furibonda intorno al Cavaliere: berlusconiani e anti berlusconiani. Giuseppe D’Avanzo ha rappresentato con la sua penna acuminata un tratto dell’Italia anti Silvio. Tocca parlarne al passato perché da ieri D’Avanzo non c’è più: un infarto se l’è portato via all’improvviso durante una passeggiata in bicicletta, vicino Viterbo, a 58 anni non ancora compiuti. E la notizia, sia detto senza un filo di retorica, lascia sgomenti: avevamo polemizzato infinite volte con lui, noi del Giornale, e immaginavamo di dover incrociare le spade ancora a lungo.

È andata in un altro modo e ci tocca scrivere un congedo. Un congedo che non può essere un bilancio - quello si farà a suo tempo - ma l’occasione per misurare la spaccatura che ancora attraversa come una faglia il nostro Paese.
È dal 1994, anzi per essere precisi dal 1993, che il Cavaliere è oggetto di un’acritica standing ovation e di una preconcetta inquisizione. C’è un’Italia, quella che tutti i giorni si affaccia dalle finestre di quel partito-giornale che è Repubblica, che ha sempre cercato le stigmate, non della santità ma al contrario del presunto peccato originale del Cav.

Un’Italia certa che il Cavaliere sia stato battezzato nell’acqua sporca in un patto inconfessabile con Cosa Nostra o con la P2, o con tutt’e due, o con chissà chi altro. Un’Italia certa che Berlusconi sia sceso in campo solo per salvare le sue fortune imprenditoriali, un’Italia che lo ha inseguito, pedinato, quasi placcato passo passo attraverso le indagini del pool, lo scavo post Mani pulite della Boccassini, le rivelazioni della contessa Ariosto, i processi a Previti, da ultimo gli scandali sessuali e il Rubygate.

Quest’Italia è naturalmente quella di Scalfari e De Benedetti, di Santoro e del suo ormai ex Annozero, di Travaglio e del Fatto quotidiano, e ancora delle martellanti investigazioni, o meglio delle campagne senza fine allestite dall’Espresso e da Repubblica di cui D’Avanzo era uno dei pilastri.

Il napoletano D’Avanzo, alle spalle buoni studi e una laurea in Filosofia, era stato al Corriere fino al 2000, poi però si era ritrovato nel clima neo giacobino di Repubblica e lì è rimasto per dieci anni e più, componendo centinaia di articoli, editoriali, sterminate e talvolta labirintiche lenzuolate, offrendo analisi e retroscena, incontrando in modo privilegiato i protagonisti - da Ilda Boccassini a Giuliano Tavaroli - di una stagione convulsa e tintinnante, sempre in bilico fra voglia di legalità e di pulizia etnica. Soprattutto, dopo aver formato in coppia con Carlo Bonini, una formidabile macchina da guerra, D’Avanzo ha condotto l’ultima crociata, questa volta a luci rosse, del partito anti Cav. Un assalto innescato dalla scoperta, firmata dai cronisti di Repubblica, che il premier aveva partecipato a Casoria alla festa per il diciottesimo compleanno di Noemi Letizia. Una guerra esplosa dopo la pubblicazione, sempre su Repubblica e proprio a cura di D’Avanzo, di una durissima lettera in cui Veronica Lario faceva a pezzi l’immagine dell’ormai ex marito.

È il 2009, due anni fa, e in quei giorni D’Avanzo elabora il mantra dell’anti berlusconismo: le famose dieci domande al presidente del Consiglio, considerato un bugiardo, un play boy deriso dalla stampa internazionale, un furfante. O meglio, per dirla tutta, un gangster. Dieci domande riproposte ossessivamente fra gli applausi dell’opposizione in attesa della mitica spallata finale.

Abbiamo detto e scritto, e lo ripetiamo anche oggi, che così la lotta politica si è ridotta ad una collezione di avvisi di garanzia, verbali, deposizioni, intercettazioni o, peggio ancora, allo studio del buco della serratura, ma se questo è accaduto non è certo per colpa di D’Avanzo o Bonini o degli altri inviati sguinzagliati fra Villa San Martino e Villa Certosa, ma semmai di chi a sinistra si è appiattito come un’ostia sul partito delle manette. E ha preso la scorciatoia, credendo di poter battere la Storia con la cronaca, meglio se nera. O comunque cupa.

Da oggi per trovare D’Avanzo occorrerà sfogliare in emeroteca le raccolte del quotidiano di Ezio Mauro. Ma di lui ci restano anche alcuni libri, fra gli altri quelli su mafia e terrorismo islamico, scritti in tandem rispettivamente con Attilio Bolzoni e Carlo Bonini.
E, ne siamo sicuri, anche la formula delle dieci domande, il kit portatile dell’anti berlusconismo, gli sopravviverà. Almeno finché ci sarà il Cavaliere.