Muore immigrato legato sotto la stiva di un tir

Il corpo è stato ritrovato all’interno della
nave greca Icarus, dove altri 12 clandestini, cittadini afgani ed
iracheni, sono stati scoperti dalla polizia legati con delle funi
sotto i motori dei camion

Venezia - Il cadavere di un clandestino è stato trovato questa mattina intorno alle 9 e mezza presso la Minoan Lines del porto di Venezia. Il corpo è stato ritrovato all’interno della nave greca Icarus, dove altri 12 clandestini, cittadini afgani ed iracheni, sono stati scoperti dalla polizia legati con delle funi sotto i motori dei camion. Sono in corso accertamenti da parte della squadra mobile di Venezia e della polizia portuale. La tragica scoperta del carico di clandestini è avvenuta quando il mezzo pesante è sceso dal traghetto.

La tragica morte E' morto, asfissiato, legato con delle funi sotto i motori del camion, chiuso nella stiva nave greca Icarus. Era un clandestino, l’ennesimo, e il suo cadavere è stato scoperto solo all’arrivo del tir al porto di Venezia. Altri 12, afgani e iracheni sono riusciti a scendere sulle banchine, stremati, dopo che la polizia ha sciolto le funi che legavano anche loro ai tir stipati nella nave.

Una lunga scia di decessi E' solo l’ultimo dei disperati, morti di sete, di caldo o asfissiati da gas, nella pancia soffocante delle stive delle navi che promettono una vita nuova e diventano inferno. Il 27 giugno il cadavere un altro immigrato è stato trovato durante i controlli, sempre al porto di Venezia: erano in due, curdo iracheni raggomitolati dentro l’abitacolo di un tir tedesco che portava cocomeri, appena sbarcato dal traghetto greco "Ikarus Palace", partito da Patrasso. Uno era ancora vivo, l’altro era morto: l’abitacolo del tir trasformato dal caldo in una stretta fornace non gli ha lasciato scampo. Cinque giorni prima la stessa sorte era toccata a un altro clandestino, forse iracheno, chiuso nel rimorchio di un tir, dentro una nave, ancora una volta proveniente dalla Grecia e arrivata a Venezia: i marinai l’hanno sentito le grida dei suoi compagni, sopravvissuti, completamente disidratati, ma vivi.

Dentro alle stive dei tir Le speranze degli immigrati che cercano di arrivare in Italia non sono affidate solo a scafisti e barconi, a quelle carrette che spesso lasciano dietro di sé, a galleggiare nel Mediterraneo, corpi di clandestini imbarcati dalle coste del nord Africa. Ci sono anche i viaggi infernali nascosti nei rimorchi o nelle cabine dei tir chiusi nelle stive delle navi. Un viaggio quasi impossibile che spesso, finisce con la morte dopo una lunga agonia senza cibo e acqua in mezzo a carichi di vestiti o cocomeri marcescenti. Una rotta che - spiegano gli uomini della Gdf che controlla i nostri porti - segue i canali commerciali, controllata e sfruttata da organizzazioni criminali internazionali, dove domina il sodalizio tra mafia turca e balcanica.

Le rotte dell'immigrazione Venezia, come Ancona e Bari, è uno dei punti nevralgici dei collegamenti tra Egeo e Balcani, qui arrivano le navi con i tir e i rimorchi dalla Grecia, e nascosti tra le merci, arrivano anche i clandestini, soprattutto afgani, turchi di etnia curda, iracheni e qualche iraniano. Il porto-chiave è Patrasso, l’ultimo scalo, un porto metropolitano dove è facile per le organizzazioni criminali mescolare alle merci i loro carichi umani. È un fronte ’delicatò, siamo in area Schengen, la Grecia è obbligata a fare i controlli e così pure i capitani delle navi, ma la potente mafia dei balcani e quella turca sembrano ormai aver trovato il loro sistema. Sono i familiari a pagare, a viaggio avvenuto, 1500 euro per il tratto "europeo", 3mila dollari per quello asiatico, prima di arrivare alle coste greche. I criminali quindi hanno tutto l’interesse a far arrivare vivo il carico, ma il viaggio è un inferno.

Viaggi della speranza Sotto i teloni dei tir gli zuccheri della frutta che fermenta infatti si trasformano in gas che uccidono, non solo, durante la traversata i traghetti immettono nelle stive anidride carbonica per limitare il rischio di incendi, e a questo si aggiunge il caldo che soffoca sotto i teloni. I controlli sui carichi vengono fatti ma spesso è difficile trovare gli immigrati nascosti in mezzo alle merci - spiega chi nella Gdf ha visto spesso arrivare i clandestini tra i tir che escono dalle stive delle navi - avremmo bisogno di utilizzare molto di più la tecnologia, come le indagini radiogene con gli scanner a bassa potenza. Così potremmo tutelare sia la salute di queste persone che quella della comunità del porto, è già successo infatti che scattasse l’allarme tbc. Loro - gli afgani, i curdi, gli iracheni - arrivano stremati, poco cibo e poca acqua, nascosti in mezzo ad arance o cocomeri, spesso "protetti" da gabbie di ferro costruite sul fondo dei cassoni, qualche coccio di vetro per tagliare i teloni dei rimorchi, bottiglie di plastica dove mettere urine e feci per ’occultarè gli odori umani. Un’odissea che non si racconta solo con i numeri, numeri che crescono sempre di più, ma solo a Venezia sono sbarcati in questo modo in 500 l’anno scorso, e già 300 dall’inizio dell’anno. Ad Ancona, anche qui quasi sempre dall’Egeo: dall’inizio dell’anno sono arrivati in 150, l’anno scorso erano in totale 113, nel 2006 non arrivavano a 100. Nascosti in doppi fondi o in ’stanzè apposite costruite nei rimorchi dei tir imbarcati. A marzo ad esempio, erano in 19 nascosti tra le balle di un carico di patate. A giugno è successo ben due volte: l’8 sono arrivati 24 afgani, nascosti in in un doppio fondo e c’è voluto l’intervento dei vigili del fuoco per tirarli fuori; il 15 giugno stipati dentro casse in mezzo a un carico di cocomeri erano in 13. Il 22 ne sono arrivati altri quattro, stremati, sulla banchina del porto di Ancona, in mezzo a un carico di patatine.