Il museo dello spreco: costa 1,7 milioni l’anno ma non ha mai aperto

Nel mirino del pacchetto anti crisi il Centro Fermi: un carrozzone con 27 tra collaboratori e consulenti<br />

Roma «Giù le mani» è lo slogan dell’estate 2011. Ce n’è per tutti quelli che osano intaccare i privilegi. Il ministro Gelmini ha il record di maledizioni. Ma da quando il governo ha deciso di far saltare i ponti, spopolano gli idealisti che paragonano gli accorpamenti domenicali alla peste. Poi ci sono quelli che si indignano per i tagli, sono i professionisti del pianto. Generalmente ottengono la retromarcia. Questione di soldi, la filosofia centra nulla. Prendiamo i mini enti, quelli considerati «inutili» al tempo della crisi. Quelli con meno di settanta dipendenti, come l’Accademia dei Lincei e della Crusca. In loro difesa è sceso in campo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un pronostico? Da quelle parti possono dormire sonni tranquilli.

Recentemente si è scatenato un putiferio sull’eventuale taglio del Museo storico della Fisica, il Centro Enrico Fermi a Roma. Ma che scherziamo? Ci lavorano sei dipendenti più una pletora di consulenti esterni, lo fanno per noi. Un museo che se fosse agibile sarebbe una meraviglia.

Situato in piazza del Viminale, dentro il ministero dell’Interno, è il classico esempio di pasticcio/spreco all’italiana. Non ha mai aperto ufficialmente, eppure sarebbero passati 12 anni dalla cartacea inaugurazione. Eppure il budget dato dal Miur (secondo il piano triennale scaricato dal sito del Centro Fermi) ammonta a 1,7 milioni di euro l’anno. Evidentemente si lavora per tutti, tranne che per il pubblico che magari una capatina al «museo» se la farebbe anche. Poco importa: sono anni che Antonino Zichichi parla (male) del nucleare e lo ha fatto da presidente del Centro Fermi. Una bella differenza. Che potrebbe far comodo anche al fresco presidente Luisa Cifarelli.

Contattato il centralino abbiamo scoperto che il museo non esiste, o meglio: «Deve essere ancora completato». C’è di mezzo un restauro, forse ancora un paio di anni di ponteggi, qualche tinteggiatura qua e là. Una volta dentro, il gentile poliziotto ci confida che sono ormai settimane che non vede più i dipendenti. Mistero. «Questo è il numero della segreteria, provate un po’ a chiamare..». Niente. Ferie d’agosto o qualcosa di più? Nel frattempo hanno cinque dipendenti che prendono un regolare stipendio. E poi un direttore e 16 collaboratori esterni con uno stipendio da 17 a 40mila euro lordi all’anno. Tra questi c’è anche un giapponese. Poi altri sei consulenti «per i progetti», anche qui con un compenso tra 10 e 40mila euro. Infine una addetta alla ristrutturazione del complesso monumentale a 24mila euro all’anno. «Per realizzare quello che fu il sogno di Fermi - si legge nel sito internet del Museo - il Centro, che porta il suo nome, seleziona giovani talenti, ai quali offre borse di studio affinché possano lavorare per le loro ricerche in Italia. E per la promozione della cultura scientifica e della memoria storica».

Commenta il professor Enzo Iarocci, docente di Fisica generale a «La Sapienza» e membro del Consiglio di amministrazione: «Abbiamo una storia recente, appena dieci anni e siamo nati proprio per tutelare una precisa memoria storico-scientifica. Penso che gli enti inutili esistano. Ma sinceramente credo che vadano cercati tra quelli che hanno più di settanta dipendenti». Questione di punti di vista. Ma allora a che serve un museo chiuso e costoso? «L’attività del centro Fermi ha due settori - si legge nel sito -.

Uno di pura cultura scientifica con mostre, conferenze affinché i visitatori possano essere coinvolti in qualche dettaglio importante, relativo alle scoperte della Fisica dagli anni di Fermi a oggi. L’altro di pura memoria storica con il ripristino del complesso monumentale da adibire a museo». Appunto, la memoria che si perde. Tempo scaduto.