Napoli diventa capitale del teatro e trasforma i cunicoli in palcoscenici

Si terrà dal 4 al 28 giugno la seconda edizione del «Napoli teatro festival», vetrina internazionale su quanto di meglio e di più innovativo offra oggi la drammaturgia e la danza. Spettacoli anche nel sottosuolo e sulle terrazze

«Ogni città prende la sua forma da deserto a cui si oppone». È Italo Calvino a sostenerlo in un dei suoi libri più discussi ma anche più amati: «Le città invisibili» (1972). Ed è proprio questa celebre definizione che potrebbe essere scelta come slogan per la seconda edizione del «Napoli teatro festival Italia» che si terrà nel capoluogo campano dal 4 al 28 giugno prossimo. Una città che si mette a disposizione di un dialogo e di un confronto serrato tra le nuove produzioni teatrali sia nostrane che internazionali: perché il primo obiettivo è proprio quello di arginare la desertificazione del tessuto culturale.
Ed è proprio per consolidare questi argini che il ministro Sandro Bondi ha deciso di trasformare Napoli da sede provvisoria a sede permanente del festival. Perché, come spiega il sottosegretario Francesco Maria Giro, «trasformare la cultura in impresa è un primo e indispensabile passo per la ripresa non solo culturale ma anche economica del Paese». Lo stesso ottimismo è condiviso dalla Regione Campania che ha stabilito un finanziamento di cento milioni di euro.
E fiducioso si mostra anche Renato Quaglia - che del festival è il direttore artistico - soprattutto quando pensa a tutte le forze messe in gioco per questa avventura. E la citazione di Calvino risulta quindi uno sprone davvero invitante. Delle quaranta produzioni che animeranno la vetrina napoletana ben 28 sono dedicate a testi commissionati dallo stesso festival o portati in scena per la prima volta. Il ricco programma si snoda lungo un percorso composto di 250 rappresentazioni che coinvolgono oltre 2.500 artisti in 33 spazi differenti della città. Non solo teatri (come è ovvio il Mercadante e il rinato San Carlo solo per citare i due maggiori) ma anche luoghi insoliti. Quattro spettacoli avranno come cornice il sottosuolo della città (tra cui l'atteso «Monaciello» scritto e diretto dallo scozzese Andy Arnold che racconta la vita degli sfollati nei sotterranei della città durante la fase più cruenta della seconda guerra mondiale). Quello dell'argentino Rodrigo Pardo, invece, sceglie come platea dove accogliere il pubblico la terrazza dell'Accademia di Belle Arti. Da lì si potrà ammirare, grazie a cuffie e binocoli, «Roof a life moovie» dove danzatori e attori si mescoleranno agli inconsapevoli abitanti dei palazzi di fronte all'accademia in un affresco davvero insolito di vita quotidiana.
Tra le coproduzioni del festival spiccano quelle che vedranno come protagonisti Antonio Latella, impegnato a dirigere una compagnia di attori tedeschi e italiani nella «Trilogia della villeggiatura» di Goldoni, Christoph Marthaler che in «Riesenbutzbach» dà corpo con visionaria passione ai peggiori incubi della classe media europea, e la coppia formata dallo scrittore di Singapore Chay Yew e Giorgio Barberio Corsetti in un lavoro liberamente ispirato al già citato romanzo di Calvino.
Nel programma del festival figurano anche i nomi di Enzo Moscato (del quale il festival recupera «Pièce noire» il suo primo lavoro, mai messo in scena fino a oggi dallo stesso autore) e di Ruggero Cappuccio che qui propone «Le ultime sette parole di Caravaggio». E poi ancora Isa Danieli, Fanny Ardant, Arturo Cirillo, Jean Luc Lagarce, il giovane e promettente Sergio Longobardi e il maestro giapponese Tadashi Suzuki (alle prese con una rielaborazione dell'«Elettra» di Euripide)