Lavoro nero e violazioni, scattano sequestri e maxisanzioni

Sequestrato un opificio tessile a Boscoreale, in provincia di Napoli. Scatta la stangata: sanzioni amministrative per quasi 100mila euro

Scoperto e sequestrato un laboratorio tessile abusivo a Boscoreale, in provincia di Napoli: scattano i sequestri e le maxi sanzioni per quasi centomila euro.

L’operazione porta la firma dei carabinieri della stazione dell’Arma boschese insieme agli uomini del nucleo dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli che da tempo si spendono per il controllo, il monitoraggio sulle attività produttive e per la prevenzione degli incidenti sul lavoro a contrasto del fenomeno delle cosiddette morti bianche e degli infortuni. I militari, proprio nell’ambito di questi controlli, si sono imbattuti in un opificio che è risultato sprovvisto delle previste autorizzazioni di legge. Il laboratorio era stato allestito all’interno di un magazzino riconducibile a una 47enne del posto, incensurata.

Ma non è tutto. Perché dalle verifiche dei carabinieri è emerso che al lavoro in quel laboratorio c’erano tre persone, la cui posizione non era regolarizzata. Dei tre dipendenti in “nero”, due erano italiani e un altro invece è risultato di nazionalità bengalese. Infine, sono state riscontrate e sanzionate ben dodici violazioni alle normative previste sui temi dell’igiene e della sicurezza sul posto di lavoro.

Per queste ragioni, oltre al sequestro del locale, sono scattate le maximulte: le sanzioni amministrative ammontano a poco meno di 100mila euro, per un importo totale che raggiunge la somma dei 96mila euro.

Continua, dunque, l’impegno delle forze dell’ordine in tutto il territorio dell’hinterland partenopeo a contrasto del lavoro nero e dell’abusivismo. Non si tratta, infatti, della prima operazione del genere che i carabinieri hanno portato a termine negli ultimi tempi su tutto il territorio dell'hinterland vesuviano e della provincia di Napoli. Ad agosto scorso, i carabinieri erano intervenuti in un opificio di Terzigno dove avevano scoperto che in un laboratorio tessile ritenuto riconducibile a un'imprenditrice di nazionalità cinese erano impiegati cinque stranieri, suoi connazionali, che sarebbero stati costretti a svolgere orari di lavoro massacranti, da quindici ore, per una paga minima riconosciuta dalla titolare nella somma di due euro e mezzo all'ora. Anche in questo caso furono comminate sanzioni salatissime e quantificate in una somma che superava di poco la cifra dei 108mila euro.

A marzo, invece, a finire nel mirino dei carabinieri fu un laboratorio tessile di Sant'Antimo. Qui furono scoperti ben otto dipendenti in nero a cui la titolare dell'opificio, una donna originaria del Bangladesh di 44 anni, non avrebbe fornito il materiale anti-infortunistico prescritto dalle normative.

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