Napolitano: «Non sia la festa di una parte sola»

nostro inviato a Torino

La festa, innanzitutto. Una festa di tutti e «non di una parte sola». Una festa, dice Giorgio Napolitano, non solo per la sinistra e per i vecchi partiti costituenti ma addirittura «anche per quelli rimasti estranei all'antifascismo e alla Resistenza». Una festa, insomma, che dica basta alle polemiche perché tutti devono poter sfilare: il 25 Aprile non deve più essere una data che divide. «I valori della Liberazione non sono rimasti mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto ma hanno sempre sprigionato impulsi propositivi».
La Costituzione, poi. Che non è un «residuato bellico», non è «un manifesto ideologico o politico di parte» e nemmeno un Moloch immutabile, ma è il cemento che ci tiene insieme. Si può, in certe parti si deve, cambiare, però «senza ricorrere a semplificazioni e a restrizioni di diritti in nome della stabilità». Certo, ammette il capo dello Stato, Berlusconi ha ragione, «governare oggi è difficile in queste condizioni di pluralismo e di crisi economica». Ma al confronto non c'è alternativa: le «autorità di controllo e garanzia non possono formare oggetto di attacchi politici o essere considerati un freno del processo decisionale».
Venticinque cartelle. Nel teatro Regio, inaugurando la prima edizione della Biennale della democrazia, Napolitano tiene una lunga «lezione» sui principi del nostro stare insieme toccando così diversi nervi ancora scoperti. Dalla Liberazione e le liti sulla paternità della festa, al controverso rapporto tra Parlamento e governo. Il presidente parte da storie e ricordi personali, e prosegue ricordando lo spirito «di riconciliazione» in cui maturò la Carta. «È la legge fondamentale, l'architrave dell'ordinamento giuridico e dell'assetto istituzionale. Ma non è mai stata statica, gli stessi padri costituenti hanno previsto le procedure di revisione». E a cambiarla ci si è provato più volte, con leggi, referendum, assemblee bicamerali. Molti tentativi sono falliti, però «non si riparte da zero».
Ora la palla è di nuovo al Parlamento. Il capo dello Stato, dal canto suo, si limita a chiedere «uno sforzo di realismo e di saggezza per avviare il confronto su essenziali riforme della seconda parte». Il punto chiave è sempre quello della governabilità. All'inizio, e per tanto tempo, il ruolo dell'esecutivo è stato un po' sacrificato. Ma dagli anni ’80-’90 «con il crescente ricorso alla decretazione d'urgenza, al voto di fiducia e con il rafforzarsi del vincolo di maggioranza», le cose per Napolitano sono molto cambiate: «Come diceva Giuliano Amato, è obsoleto parlare di debolezza del governo nel rapporto con le Camere». Certo, come chiede oggi Palazzo Chigi, si può fare di più: «È allora politicamente del tutto legittimo, senza cadere in polemiche infondate, verificare quali concreti elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo e di chi lo presiede possano introdursi sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti».
Ma, insiste il capo dello Stato, ci sono «limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell'investitura popolare» di chi sta a Palazzo Chigi. «Rispettare la Costituzione è una cosa impegnativa che va al di là di una generica attestazione di lealtà. Presuppone riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l'autorità delle istituzioni di garanzia». E, soprattutto, non si possono sacrificare i principi «sull’altare della governabilità». «Essenziale» quindi la rappresentatività del Parlamento, che secondo Napolitano è già stata minata dalla legge elettorale, con l'assenza «di valide procedure di formazione delle candidature e di meccanismi per ancorare gli eletti al territorio».
Si può però lavorare su un altro versante. Come? Cambiando una parte della Costituzione, «superando l'anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto, coronando l'evoluzione in uno Stato federale, istituendo una Camera delle autonomie». In questo modo, sostiene il presidente, il cammino delle leggi sarebbe «più razionale e più rapido».