La Nasa smette di sognare. Addio al laboratorio stellare

L’allarme del «Guardian»: tagliati i fondi al Niac, l’istituto dei progetti più innovativi

Il futuro costa troppo, anche per la Nasa. E l’agenzia spaziale americana gli volta le spalle. Lo abbandona, insieme a decine di progetti che hanno il sapore della fantascienza e la forza dell’immaginazione. I tre milioni destinati ogni anno al Niac, il Nasa institute for advanced concepts, non ci sono più: il tempo di osare è finito, ed è meglio chiudere il portafoglio se si vuole ancora coltivare il sogno di tornare sulla Luna e, magari, di esplorare anche Marte.
Programmi ambiziosi, che assorbono tutto il conto corrente: e allora non c’è più un dollaro per questo laboratorio che ha un nome un po’ tecnico, «Istituto per i concetti avanzati», e un’anima romantica, quella che ha spinto i suoi scienziati a scegliere un motto che ricorda più l’ansia creativa dei dadaisti che l’austerità dei calcoli dei fisici: «Liberiamo l’immaginazione».
Dal 1988, quando è stato fondato, il Niac ha attratto studiosi di università prestigiose, dal Massachusetts institute of technology a Stanford. Il fatto che i loro progetti non fossero immediatamente realizzabili non ha mai costituito un freno, anzi, erano tanto più apprezzati quanto più visionari e futuristici. Il più famoso è l’ascensore stellare di Brad Edwards, un sistema per raggiungere la stazione orbitante in due o tre giorni, grazie a dei tubi sottilissimi in carbonio, così resistenti da far sembrare l’acciaio una morbida gelatina. Edwards non è riuscito a costruirlo: quei fili in carbonio sono ancora la promessa nel cassetto degli esperti di nanotecnologie. Ma l’idea, nonostante i costi (oltre cinque miliardi di euro), non è stata accantonata: perché, per essere finanziato dal Niac, l’importante è che un progetto possa tradursi in realtà entro quarant’anni.
Un tempo lungo, rispetto a quelli di una azienda qualsiasi, ma non per una fabbrica che vuole tentare la rivoluzione. Per gli scienziati del Niac, l’oggi della Nasa è il passato remoto: loro hanno il privilegio di avere tempo. La Nasa però vuole tentare un’altra impresa: rimettere piede sulla Luna e mandare i suoi astronauti sul pianeta rosso. Avventure del futuro, ma non abbastanza lontano. Il Niac non serve. «Un’assurdità» secondo Keith Cowing, ex scienziato dell’agenzia statunitense: «Senza gli strumenti giusti - è il suo atto d’accusa, citato ieri dal quotidiano britannico The Guardian, che ha lanciato l’allarme, anche se ancora la comunicazione non è ufficiale - gli esploratori muoiono, oppure girano i tacchi e tornano a casa».
Uno dei punti critici delle missioni, ad esempio, è rappresentato dalle tute spaziali, troppo rigide e ingombranti. Fra i progetti più innovativi c’è una «bio tuta», simile a una muta da sub, ma adatta a condizioni estreme. È una specie di seconda pelle ed è stata progettata da una professoressa del Mit, Dava Newman che, con i suoi lunghi capelli biondi e gli occhi blu, sembra più l’eroina di un film di fantascienza che un ingegnere aerospaziale.
Ci sono due donne anche dietro ai tentativi di ottenere vegetali da coltivare su altri pianeti: Wendy Boss e Amy Grunden hanno studiato gli organismi più resistenti sulla Terra con l’idea di modificare geneticamente alimenti come i cereali, in modo che possano sopravvivere in condizioni climatiche e ambientali estreme e fornire così una riserva costante agli astronauti.
I sogni degli scienziati si sono spinti anche molto più in là. Robert Gold, della Johns Hopkins University, ha immaginato uno scudo protettivo che dovrebbe circondare la terra per proteggere il nostro pianeta dagli asteroidi. E c’è anche la fionda spaziale, un cavo lunghissimo e resistente agganciato a un satellite, che permetterebbe di lanciare in orbita gli astronauti e le navicelle come dei sassolini. Come un gioco: perché lo spirito del Niac è anche questo. Un divertimento da scienziati, con basi fisiche rigorose, ma capace di stuzzicare la fantasia. E poi il futuribile entra anche nella realtà dello sviluppo concreto: di recente è successo al «New worlds imager», una macchina capace di fotografare i pianeti oltre il sistema solare, che è passata dai laboratori del Niac a quelli della Nasa. Il problema non è la distanza, ma la luce delle stelle, che oscura la luminosità dei pianeti. Questa macchina fotografica ha un paralume largo mezzo chilometro che blocca il riflesso dei raggi: così potrà sbirciare nell’altro mondo e scattare una fotografia. E continuare un po’ a sognare.