Nasce il vocabolario di Bobbio

Cos'è una terra di mezzo se perde la sua lingua? Bobbio non corre più questo rischio: all'Auditorium di Santa Chiara, per il 53° anno del sodalizio Amici di San Colombano è stato recentemente presentato il Vocabolario del Dialetto Bobbiese, atto d'amore e ricerca meticolosa, in 411 pagine, dei bobbiesi Gigi Pasquali e Mario Zerbarini.
La Val Trebbia e le valli laterali, di cui Bobbio è il cuore, erano un tempo molto abitate con tanti villaggi disseminati lungo le vie che collegavano la pianura padana al mare. Storicamente la cittadina è sempre stata ai confini di uno Stato o di una Signoria o di una Provincia e all'epoca del Regno di Piemonte e Sardegna fu anch'essa «Provincia». Il dialetto era parlato da tutti fino alla metà del 1900; è di derivazione lombarda ma a contatto con quello ligure ne assorbì suoni, forme, parole, strutture; subì anche l'influenza francese del periodo napoleonico (vedi il suono della «u»), conservando parole celtiche dei primi abitanti e longobarde.
Per meglio conoscere questo idioma, è interessante la lettura del libro «Il dialetto bobbiese» (1992) del professor Enrico Mandelli che è anche la grammatica del dialetto; 15 anni dopo, a lui dedicato, ecco il Vocabolario, per impedire che vada smarrita la tradizione e il patrimonio culturale unico di una città posta al crocevia di itinerari medievali che collegavano il Pavese, il Lombardo e il Piacentino con Liguria e Toscana. Perfino «La Trebbia», settimanale cattolico di Bobbio, ha una peculiarità unica: è il solo giornale che nella testata, oltre all'effigie di San Colombano, ospita il nemico Annibale.
Il Vocabolario riserva 282 pagine per la parte bobbiese-italiano e un centinaio per la traduzione dall'italiano: dimostrazione dell'incredibile ricchezza di una lingua che, ad esempio, al termine grandine riserva tre varianti: «tempesta, gröia (pioggia ghiacciata), gragnöra» quando i chicchi sono piccoli.
La vogliamo buttare in politica? C'è la parola «cadreghìn» (seggiolino) e nel Vocabolario si precisa che una volta le donne, ciascuna con il suo seggiolino, si sedevano davanti alla porta di casa a rammendar calze; i seggiolini la sera venivano lasciati sulla strada e i ragazzi per scherzo, quando era buio, li attaccavano ai ramponi del macellaio piuttosto alti.
Ma esiste anche la variante «cadrighìn» (con la i) per indicare con ironia una carica pubblica, quel seggiolino cui s'incollano certi politici. Esistono termini che fotografano il ritratto della persona, come pendulòn (uno alto e ciondolante nel camminare), süchlìn (zucchino) detto per un bambino che non pensa troppo e, più affettuoso, sücherlìn (zuccherino), un termine questo non ricordato nel Vocabolario!
Il dialetto è ricco; quando don Pino Zambarbieri, terzo successore di Don Orione (dal 1963 al 1988), veniva a pranzo dai miei genitori, s'incantava nel parlare con mia madre il dialetto della loro Bobbio. Una volta mia madre gli presentò un piatto un po' «spatasé» (schiacciato mentre avrebbe dovuto apparire di turgido gonfiore) e si rise insieme per l'immediata italianizzazione in «spatassato» di noi bambini. Il Vocabolario è poi arricchito da una festa dei modi di dire disseminati nelle pagine: a proposito dei ragazzi d'oggi che non conoscono più le strettezze del mondo contadino e che si credono «imparati»: «Buca sarè, bursin avèrt» (bocca serrata, borsellino aperto).
All'Auditorium ha presentato il dizionario il professor Angelo Stella, docente di storia della lingua italiana all'Università di Pavia e l'ha definito un'opera fatta da profondi conoscitori del dialetto, preziosa per gli studiosi. Nella giornata festosa alla presentazione il sindaco Roberto Pasquali ha invitato i maestri e gli insegnanti di scuola media a far conoscere il dialetto ai piccoli allievi, perché anche questo è storia da tramandare. I due autori hanno all'attivo altre pubblicazioni (anche fotografiche) della Bobbio di un tempo, in particolare Zerbarini è stato con Monsignor Michele Tosi (fondatore degli storici Archivi Bobiensi) artefice del Premio Letterario «Città di Bobbio» che si è perduto nel tempo e valorizzava sentimenti e cultura.
Il dialetto è anche un legame affettivo, non è solo una lingua, ha un cuore grande. Negli anni '70 l'altro autore Gigi Pasquali abitava vicino a Niguarda e, quando un bobbiese veniva ricoverato in quell'ospedale, organizzava con amici delle visite per parlare con lui in dialetto e farlo sentire meno solo.
Gigi Pasquali - Mario Zerbarini, Vocabolario del Dialetto Bobbiese, Arti Grafiche Bobiensi, Bobbio 2007, euro 15, pp.411.