La "Natività" di Caravaggio non è perduta per sempre

La tela, trafugata nel 1969, probabilmente è ancora intatta. Cosa si fa per recuperarla?

Da molti anni si parla del furto più clamoroso e più doloroso che sia mai stato compiuto: la Natività di Caravaggio dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Studiosi, magistrati, carabinieri, poliziotti, narratori si sono esercitati su questo furto, sulla responsabilità della mafia, sulla distruzione del quadro, senza mai trovare una pista e avere una certezza sul suo destino. Essendo a Palermo, una leggenda prevalente fu che si sia trattato di un furto di mafia. Piace molto crederlo, ma nel 1969 gli stessi studi sul Caravaggio erano arretrati, e ancora nella fase romantica della grande riscoperta storica, dovuta soprattutto a Roberto Longhi che era vivo al tempo del furto (morirà nel 1970). Come sappiamo poco della scomparsa del dipinto, sappiamo infatti poco anche della sua esecuzione, che non sembra più risalire al soggiorno siciliano di Caravaggio nel 1609. È Giovanni Pietro Bellori che lo dice eseguito per la compagnia dei Bardigli e dei Cordiglieri. Più recentemente Alfred Moir, seguito da Maurizio Calvesi, arretra l'esecuzione del capolavoro al tempo d'oro di Caravaggio, a Roma nel 1600, quando Fabio Nuti gli commissiona un dipinto di palmi 12 per 7 o 8, misure sostanzialmente congruenti con quelle del quadro. L'ipotesi è confermata, al di là dello stile e delle caratteristiche tecniche della tela, più vicini ai quadri dipinti a Roma che non a quelli siciliani di Siracusa e Messina, dagli approfondimenti convincenti di Michele Cuppone. La tesi, accolta dai più attenti studiosi, porta ad escludere che Caravaggio sia stato a Palermo durante il soggiorno siciliano, raggiungendo Napoli e poi Porto Ercole direttamente da Messina.

Il furto si consumò nella notte fra il 17 e il 18 ottobre, senza alcuna difficoltà, in assenza di qualsiasi misura di sicurezza, da parte di ragazzi improvvisati e inesperti. Fu scoperto solo alle 3 del pomeriggio del giorno successivo e, da allora, non si è avuta nessuna notizia attendibile sul suo destino. Essendo in perfette condizioni di conservazione, dopo il restauro del 1951 che ci ha lasciato anche le buone fotografie a colori da cui è stata derivata la replica eseguita da Adam Lowe, su richiesta dei due miei assessori a Salemi, Peter Glidewell e Bernardo Tortorici, così ben condotta da ingannare l'ignaro visitatore, è difficile pensare che chi l'ha rubata, tagliandola con una lametta dal telaio, e pure arrotolandola dal verso sbagliato, cioè quello del colore, l'abbia ammalorata al punto da rovinarla. Questo rende poco credibile una prima versione che la dice seppellita nelle campagne di Palermo, insieme a cinque chili di cocaina e ad alcuni milioni di dollari, dal narcotrafficante Gerlando Alberti, da me interrogato in carcere. Tra l'altro, nel luogo indicato dal pentito Vincenzo La Piana, nipote di Alberti, la cassa di ferro con la tela non fu trovata. Nel 1980 lo studioso giornalista Peter Watson disse di essere in contatto con un mercante di arte che gli propose il dipinto a Laviano, in provincia di Salerno. Ma l'incontro con i ricettatori, la sera del 23 novembre di quell'anno, coincise con il terremoto dell'Irpinia, e dunque saltò.

In questa confusione di notizie, devastante fu la millantata e imprecisa confidenza a Giovanni Falcone del pentito Francesco Marino Mannoia, che disse di essere uno degli autori materiali del furto e che l'opera si sarebbe danneggiata, al punto di suggerirne la distruzione. Ma, nonostante l'ignoranza, anche l'ultimo mafioso ne avrebbe salvato alcune parti, fra i tanti personaggi, magari tagliandola. Il Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri accertò poi che il furto di cui parlava Mannoia riguardava un altro quadro, attribuito a Vincenzo da Pavia, e collocato in un'altra chiesa. In tempi più recenti (nel 1996) Giovanni Brusca collocò fantasiosamente il dipinto (sempre più mitizzato, ben oltre il semplice e artigianale furto) al centro di una trattativa per l'attenuazione dell'articolo 41 bis. Lo Stato italiano avrebbe rifiutato l'offerta (che non risulta proposta). Un altro pentito, Salvatore Cancemi, dichiarò che la Natività sarebbe stata esibita durante alcune riunioni della «Cupola», come simbolo di potere e prestigio. Il mito del furto di mafia si veniva consolidando.

Nuove informazioni sul destino del dipinto sono arrivate il 9 dicembre 2009, quando il pentito Gaspare Spatuzza riferì che la Natività sarebbe stata affidata negli anni Ottanta alla famiglia Pullarà (capimafia del mandamento di Santa Maria del Gesù). I Pullarà avrebbero nascosto l'opera in una stalla fuori città, dove, senza protezione, fu rosicchiata da topi e maiali. I resti della tela sarebbero quindi stati bruciati. Letteratura fantastica. Nel 2017, il mafioso Gaetano Grado afferma finalmente che la tela sarebbe stata esportata all'estero: già nel 1970, don Tano Badalamenti (nelle more tra il soggiorno obbligato a Macherio, vicino a Milano, e la detenzione all'Ucciardone per traffico di stupefacenti) avrebbe trovato il tempo di farla trasferire in Svizzera, in cambio di una cospicua quantità di franchi consegnati da un fantomatico antiquario svizzero a Palermo.

Non poteva mancare la farsa finale di una indagine «conoscitiva» della commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, sui lavori e sulle congetture della quale riferisce Riccardo Lo Verso nel libro La tela dei boss. Ho già raccontato in altra sede che io fui chiamato da una fonte certa per recuperare il dipinto in Francia e che condussi, con il ministro dell'Interno dell'epoca, Giuseppe Pisanu, attraverso l'antiquario Gilberto Algranti e la Squadra mobile di Genova, un'azione molto efficace di intelligence, che portò nel 2003 al recupero della importante tavola del Parmigianino dal convento di San Domenico di Taggia, rubata nel 1994. Dopo questo primo risultato, le intercettazioni ambientali consigliarono di non continuare la trattativa, che avrebbe probabilmente portato al Caravaggio.

Da qualche mese si intensificano, ora, da fonte certa, le notizie che sottraggono la letteratura del furto alla mafia, ma confermano l'esistenza del dipinto, integro, in Svizzera. Conoscendo i carabinieri, impegnati a sequestrare opere autentiche come fossero false, ho ripreso a parlare del Caravaggio con la Polizia di Stato, e mi auguro una conclusione felice per il leggendario dipinto. Ma continuo a chiedermi, nel contempo, perché l'azione giudiziaria e del Nucleo dei carabinieri si sia fermata, forse in virtù di una impossibile prescrizione, rispetto a un altro dipinto di Caravaggio trafugato dall'Italia con una esportazione clandestina, e illegittimamente venduto attraverso una fittizia donazione al Metropolitan Museum of Art di New York, dov'è tranquillamente esposto. Si tratta di un'opera non meno importante della Natività: la Negazione di Pietro, dipinta nel periodo siciliano e appartenuta a Guido Reni. Il dipinto è documentato in Italia più o meno fino agli anni della sparizione della Nativita di Palermo. Fu individuato e riconosciuto dal restauratore Pico Cellini nella collezione della principessa Elena Imprato Caracciolo a Napoli, dove l'aveva naturalmente visto Roberto Longhi, attribuendolo, certo maliziosamente, a Battistello Caracciolo, per favorire la vendita a persone di sua fiducia. Una volta ceduto, lo vide e lo restituì definitivamente a Caravaggio Maurizio Marino il quale, nella sua monografia, lo dice esportato illecitamente in una collezione privata svizzera, a Losanna, da dove, attraverso la mediazione dello scaltro restauratore Dik, passò all'antiquario Julius Waitzner a New York. Successivamente, nel 1981, venne acquistato da Herman Shickman che lo espose a Londra nell'82, a Washington nell'83 e a New York nell'85, prima di cederlo infine a Lila Acheson Wallace la quale, nel 1997, lo «donò» al Metropolitan Museum of Art di New York. La traccia precisa del percorso del dipinto, nonché la mia diretta conoscenza degli eredi e le pubblicazioni che descrivono le vicissitudini del dipinto, ne indicano inconfutabilmente l'uscita illegale dall'Italia.

Lo scandalo è la sua esibizione al Metropolitan di New York, nella perfetta consapevolezza della provenienza italiana di tutti i direttori di quel museo e delle autorità italiane che hanno già negoziato, con alcuni musei americani, altri, meno importanti, rientri. Cosa pensano di fare i ministri Bonafede e Franceschini?

Commenti

Luca66

Lun, 11/11/2019 - 08:38

Su cosa "pensano" di fare Bonafede e Franceschini le rispondo io ... Naturalmente niente di niente!!! Perchè? Semplicemente perchè Bonafede è privo di qualsiasi idea e Franceschini è quello che ha fatto coprire le nudità delle statue in quel museo di Roma, con degli scatoloni di cartone, per non turbare la sensibilità del mussulmano che era in visita ...! Meglio che i due in questione lascino perdere, perchè rischiano solo di farsi rispondere dagli Americani con una sonora pernacchia !!!