La Nato non deve più fingere: la missione era un’esecuzione

La "no fly zone" e la protezione dei civili si sono dimostrate
un’ipocrisia. Per la prima volta si abbatte un regime andando oltre il
mandato dell’Onu

Missione finita. La Nato ora gioca a carte scoperte. Davanti al cadavere insanguinato di Muammar Gheddafi la favola della «fly zone» non serve più. Ora si può dire. L’obbiettivo era solo uno. Abbattere il regime. Far fuori il raìs. La fine delle ipocrisie è salutare, ma il passaggio non è propriamente privo di conseguenze. Per capirlo basta riandare al 16 luglio 1995. Quel giorno una risoluzione Onu non basta alla Nato per salvare dal massacro 8.000 civili intrappolati nell’enclave di Srebrenica. Quindici anni dopo la Nato sfrutta una risoluzione Onu, assai più imperfetta, per spingersi molto più in là. Prima mette a segno un cambio di regime, poi usa la propria potenza aerea per garantirsi l’eliminazione fisica del dittatore. Srebrenica sta a Sirte come la notte al giorno. O viceversa.
A Srebrenica la Nato ha a disposizione uno strumento giuridico diplomatico che le permette di bombardare con piena legittimità le truppe del generale Mladic. Eppure - complici anche le ambiguità di una Francia responsabile al tempo dell’intervento aereo, preferisce tenersi il colpo in canna e restare a guardare.
In Libia, 15 anni dopo, l’Alleanza atlantica si ritrova in tasca una risoluzione assai più imperfetta, un documento che gli permette in teoria di colpire solo gli aerei o i mezzi del regime impegnati in operazioni contro i civili. Eppure in Libia la Nato travolge ogni paletto giuridico e diplomatico, spingendo l’intervento alle estreme conseguenze. Il grande salto inizia il 20 agosto quando cacciabombardieri, elicotteri e decine di incursori delle forze speciali della Nato accompagnano i ribelli alla conquista di Tripoli. Alla luce di quanto previsto dalla risoluzione 1973 ben poco di quel che avviene è giustificato. Il documento votato il 17 marzo 2011 non prevede che i cacciabombardieri e gli elicotteri della Nato appoggino l’avanzata dei ribelli verso Tripoli neutralizzando, passo dopo passo, le difese governative che bloccano l’avanzata verso la Piazza Verde. E tantomeno prevede la presenza sul terreno di centinaia di uomini delle forze speciali inglesi, francesi e del Qatar impegnate non solo ad illuminare i bersagli, ma anche a condurre vere e proprie operazioni di terra quando la macchina dei ribelli s’inceppa. Il capitolo ancor più spregiudicato è la prosecuzione dell’intervento Nato dopo la caduta di Tripoli. Con l’abbattimento del regime accusato di minacciare le popolazioni civili cadono, in teoria, tutti i presupposti giuridici e diplomatici della risoluzione 1973. Eppure in Libia, a differenza di quanto succede in Kosovo, Afghanistan o Iraq, la Nato continua a colpire sfruttando l’indifferenza della comunità internazionale.
Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi nessun atto di guerra benedetto dall’Onu, neppure la lotta al terrorismo di Al Qaida, può contare su tanta acquiescenza. Dagli ultimi comunisti di Pechino fino ai burocrati dell’Onu, dai garanti dei diritti umani di Amnesty fino al nostrano Gino Strada o all’ultimo pacifista in marcia per Assisi tutti assistono senza fiatare alla caccia al Colonnello. Nelle conversazioni dell’aldilà con il raìs persino Bin Laden potrà oggi citare più legulei pronti a metter in dubbio la legittimità della sua eliminazione di quanti non possa vantarne un raìs consegnato al nemico dall’intervento degli elicotteri britannici.
Ma attenzione il precedente è segnato. Ottenere una risoluzione per fermare un massacro di oppositori, come, ad esempio, quello in corso in Siria, sarà, da una parte, molto più difficile perché nessuno saprà indicarne con esattezza termini e limiti. Dall’altra chiunque, pacifista o no, vorrà mettere in discussione la legittimità di un intervento armato dovrà ricordare l’acquiescente silenzio con cui ha assistito all’eliminazione del Colonnello e del suo regime.