La natura che cambia: 844 specie animali sparite in cinque secoli

L’Onu lancia l’allarme: «È la più imponente estinzione dai tempi dei dinosauri»

Elena Jemmallo

Il rospo dorato della Costa Rica, il gufo delle Seychelles e il corvo del Hawaii, tutti come il dodo. Ossia scomparsi definitivamente, o quasi, dalla faccia della terra. La lista rossa degli animali estinti è capitanata dall’ormai famosissimo uccello dell’isola di Mauritius. Grasso, goffo e incapace di volare è stato avvistato l’ultima volta quattrocento anni fa, eliminato, dice la leggenda, dai coloni portoghesi e olandesi. In realtà l’ultimo dodo (dal portoghese doudo, «sempliciotto») morì molto probabilmente in seguito alla distruzione del suo habitat da parte dei coloni, che condannarono il dodo disboscando l'isola e introducendo specie animali in grado di catturarlo. Questa sorte è capitata, nel corso degli ultimi 500 anni, a 844 specie di animali. Quelli cioè che fanno parte della «Red List» stilata dalla dalla World conservation union: tutte le specie animali e vegetali scomparse o comunque ad altissimo rischio di estinzione.
Tra questi, il rospo dorato, ad esempio, che vive solo in zone circoscritte della Costa Rica e di Panama, dato ufficialmente per spacciato nel ’96, ne fu avvistata una ridottissima popolazione tre anni fa, che resta tuttavia ad altissimo rischio di estinzione a causa dei repentini cambiamenti climatici. Come il rospo, anche l’Epinephelus striatus, una cernia che vive nei pressi della barriera corallina delle Bahamas e dei Caraibi, la cui popolazione si è ridotta del 60% negli ultimi 30 anni, a causa del continuo deperimento del corallo. E poi il corvo nero delle Hawaii: gli ultimi due esemplari sono scomparsi nel 2002. Oppure ancora, la gazzella dammah, dalle corna lunghissime, un tempo uno dei mammiferi più comuni del Nord Africa, e anch’essa scomparsa allo stato brado nel corso del ventesimo secolo. E poi la rana nera dai puntini rossi, scientificamente chiamata Hyperolius rubrovermiculatus, che può sopravvivere solo in determinate condizioni climatiche del Kenia. La volpe delle isole Channel, a largo delle coste meridionali della California, è invece ormai presente solo in pochissimi esemplari. La popolazione di volpi si è ridotta dell’80% negli ultimi anni, eliminate da altri predatori, come le aquile, ma anche dalla diffusione di un virus.
A lanciare l’sos sono le Nazioni Unite che in un rapporto pubblicato ieri puntano il dito contro gli esseri umani, i primi responsabili di quella che si preannuncia come la peggiore ondata di estinzioni ambientali. In un rapporto lungo 92 pagine, il Global Biodiversity Outlook 2, presentato in apertura del summit sul tema della biodiversità che si terrà fino 31 marzo a Curitiba, in Brasile, l’Onu spiega che stiamo vivendo la sesta maggiore ondata di estinzioni. In pratica la più grave dalla scomparsa dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa.
Sotto accusa sono l’aumento di popolazione umana, la conseguente necessità di espandere le città, la deforestazione, l’inquinamento e quindi il surriscaldamento del pianeta. Un mix esplosivo che minaccia gli habitat naturali di piante e animali: dalle barriere coralline alle foreste pluviali tropicali il danno, avverte l’Onu, è sotto gli occhi di tutti. Nel solo mare dei Caraibi, le barriere coralline sono diminuite dal 50% al 10%. Negli ultimi sei anni, ogni anno 6 milioni di ettari di foresta è stata distrutta (un cifra comunque preoccupante, anche se inferiore degli 8,9 milioni del decennio 1990-2000). E in vent’anni il 35% delle mangrovie è scomparso. Inoltre, l’introduzione di «specie aliene», come le 300 specie invasive (molluschi, crostacei e pesci) provenienti dal mar Rosso e introdotte nel mar Mediterraneo dopo l'apertura del canale di Suez, minacciano l’equilibrio dell’habitat naturale degli altri animali.
Dati alla mano, l’allarme è evidente: si calcola che attualmente il tasso di estinzione sia mille volte più veloce di quello storico. Ciò che preoccupa l’Onu è inoltre il fatto che l'obiettivo di raggiungere entro il 2010 un significativo calo dell'attuale tasso di distruzione della biodiversità è sempre di più un miraggio. «Ci sarà bisogno di ulteriori sforzi senza precedenti - si legge nel rapporto - per conseguire l'obiettivo sulla biodiversità previsto per 2010 ad un livello nazionale, regionale e globale». Un peso, questo, prima di tutto ambientale, ma anche economico: ogni anno i costi derivanti solo dalla distruzione ambientale in Australia, Usa, Sud Africa e Gran Bretagna superano i 100 miliardi di dollari. Tuttavia, «le cause dirette della perdita della biodiversità - conclude il rapporto, ben più pessimista di un primo studio del 2001 su questo tema, - non sembrano diminuire». Nonostante ciò, l'obiettivo previsto per il 2010 «non è affatto impossibile».