La natura morta di Wolfango dà nuova vita all'arte figurativa

Rispetto a Balthus il pittore bolognese rappresenta l'equivalente del passaggio dal Rinascimento al Barocco

Ai suoi sessant'anni (ora i miei), Wolfango fece la sua prima mostra nella chiesa di Santa Lucia a Bologna, dove ancora resta una sua grande opera. Io la vidi e parlai con il curatore, il miglior critico della sua generazione, di dieci anni più giovane di Wolfango, Eugenio Riccomini. Erano anni difficili, ancora, per l'arte figurativa. Io avevo curato per la galleria Forni, che sarebbe stata anche quella di Wolfango, la mostra «Arte segreta», per rivelare molti artisti dimenticati o soffocati. C'era stata nel 1980 la mostra, voluta da Luigi Carluccio, di Balthus alla Biennale di Venezia; ma già due anni dopo, nella stessa sede, era stata respinta quella di Riccardo Tommasi Ferroni.

Nel 1986, dunque, Wolfango arrivava con una furia dirompente, esagerando, amplificando. Federico Zeri poteva scrivere: «Ho visto la mostra di Wolfango a Bologna e ne sono rimasto molto impressionato. Lo considero un fenomeno di straordinaria importanza. Non è un pittore del tipo che si è visto fino ad ora, è qualcosa di assolutamente nuovo... Innanzitutto, la scala di questi quadri: sono quadri né di arredamento né da collezione, sono veramente qualche cosa per quella che la sinistra chiama collettività... Io lo considero un pittore grande, veramente grande, che ha assorbito, digerito e rielaborato la pop art, l'iperrealismo, e che conosce e perfeziona la pittura antica e moderna. È un grande pittore davanti al quale io posso dire soltanto una cosa: rimango impressionato ed ammirato».

È evidente che già Wolfango esonda, tracima. Rispetto a Balthus, dal quale la pittura figurativa ricomincia, e impone di essere apprezzata, Wolfango rappresenta l'equivalente del passaggio dal Rinascimento al Barocco. Zeri lo rivela. L'effetto è esattamente quello enunciato da Giovanni Battista Marino: «È del poeta il fin la maraviglia/ (parlo de l'eccellente e non del goffo):/ chi non sa far stupir vada alla striglia».

Stupore, meraviglia: questo chiama Wolfango. Passeranno più di vent'anni, e molte cose si vedranno, verso e oltre il nuovo millennio, prima che Wolfango si riproponga, in un'altra mostra, al museo della Sanità e dell'assistenza, nel 2008, ancora con una potenziata introduzione di Eugenio Riccomini che lo ha accompagnato per mano, in una costante e continua testimonianza di convinzione e di fedeltà. In questa complicità lo studioso osserva, oltre alla pittura ritrovata e amplificata, anche l'attenzione nuova e l'identità degli osservanti. Ecco il resoconto delle reazioni alla mostra di Wolfango del 1986: «Siamo in tanti a ricordare, cinque anni fa, l'incontro assolutamente inconsueto, e inatteso, tra la gente e i suoi dipinti. Sì: proprio la gente, quella che si indica con questo termine ormai non più maneggiabile, sciupato dall'uso populista che tutti ne fanno. A quella prima, e finora unica sua mostra in Santa Lucia, il pubblico non venne. Voglio dire che non comparve il solito pubblico d'ogni mostra alla moda: i critici, gli addetti, i cronisti, e quelli che vanno alla mostra per esserci, e per mettersi anch'essi in mostra. Vennero, invece gli altri; e si potrebbe dire tutti gli altri. Ogni giorno, per tutta la durata della mostra, un ininterrotto fluire di persone; davvero d'ogni ceto, e di ogni possibile estrazione culturale».

Ecco la rivelazione. Wolfango parla ed è ascoltato, compreso, come non lo è stata, per decenni, la cosiddetta arte contemporanea, persa nei suoi deliri e nei suoi silenzi. A Bologna, dopo Morandi, nessun pittore aveva veramente più parlato. Per poterlo fare, l'ultimo, Leonardo Cremonini, era dovuto emigrare a Parigi. Luigi Ontani ci aveva messo la faccia (e il corpo). Per il resto muti, come i due insaziati e ignudi corpi di Marina Abramovic e Ulay, agli stipiti di una porta, nella Galleria d'arte moderna di Bologna. E poi il sangue di Hermann Nitsch nel rito orgiastico nella stessa chiesa di Santa Lucia, qualche tempo dopo. Intanto Wolfango, chiuso nel suo studio, dipingeva e, da quegli ultimi piccoli, sussurrati, quadri di Morandi, cresceva e lievitava nelle sue grandi tele, vaste come murali messicani o teleri tintoretteschi. Le grandi dimensioni, l'arte per il popolo, l'equivalente, nello spazio intimo dello studio, della Street art. Come conclude nel 1991 Riccomini: «Per questo, credo, sul muro dell'abside di Santa Lucia una sera Wolfango scrisse a grandi lettere, con il carbone: Fare dell'umano la nuova cosa sacra».

Alla mostra del 2008 Wolfango porta spettacolari e grandiose nature morte, anche funebri, come vanitas o memento mori (La cassetta di zinco del 1968, acrilico su tela, di 500x200 centimetri, nel vestibolo della chiesa di San Giovanni in Monte; La cassetta dei rifiuti del 1968, acrilico su tela, di 302x110 cm., nell'aula absidale di Santa Lucia; Il cassetto del 1978, acrilico su tela, di 400x340 cm., nella sala stampa di Palazzo d'Accursio), opere sorprendenti, trompe-l'oeil senza precedenti, testimonianza di virtuosismo, ma anche di una visione senza paragoni ai suoi tempi, cioè ai nostri. Pittura e morte, pittura e spazzatura. Ancora Riccomini, il compagno di viaggio nella vita e nell'arte: «Il suo lavoro, come sempre, è quello di dare evidenza e durata alle cose che nella vita ci accompagnano; e che, lungo la vita, dimentichiamo o lasciamo da parte perché si sono consumate, come si è nel frattempo consumata una parte della nostra vita».

E poi arriva la fine. E ai novant'anni di Wolfango (nato nel 1926 come mia madre, da un anno partita), l'ultima mostra, «Le quattro stagioni», chiusa l'8 gennaio scorso, otto giorni prima di morire. Disegni, pastelli, segni di un percorso estremo in una luce nuova di eterna primavera. E l'ultimo testo di Riccomini che, come aprì, così chiude il suo racconto (ma altro ancora ci dirà negli anni venturi, attraverso il filtro della memoria). E già qui la storia del primo incontro, della prima volta nelle stanze della «ombrosa dimora» di Wolfango che io ho visto per la prima volta, senza di lui, due notti fa. Lì un mondo, una storia, un meraviglioso pastello della zia Giannina di Alessandro Scorzoni, un sorprendente presepe di sculture in terracotta plasmate da Wolfango. E Riccomini ci racconta della singolare impresa della decorazione di una volta della casa di un anelante committente. Non poté essere un affresco a cervice rivolta, come lamentava Michelangelo, ma l'elaborazione dall'alto verso il basso di quattro grandi tavole rotonde da accostare l'una all'altra su quel soffitto: una allegoria delle quattro stagioni. Ed eccone, davanti a noi, nella mostra in Palazzo d'Accursio, i disegni e i pastelli preparatori e derivati da quel soffitto: «Il risultato, l'approdo, è come al solito stupefacente; nel senso che desta meraviglia l'esibizione così insolita di una perizia da molti decenni non più familiare, da quasi nessuno praticata, e assente nelle aule di disegno di ogni accademia a noi nota».