Naufraghi sull’Isola del poeta

Traccia: «A una proda ove sera era perenne / di anziane selve assorte, scese / e s'inoltrò... » (dalla poesia «L'isola», di Giuseppe Ungaretti tratta dalla raccolta «Il sentimento del tempo»)

Noi siamo la maledizione di Ulisse. Il navigatore che appoggia l’ancora della disperazione. Il naufrago che si guarda intorno. Noi siamo il narratore ambulante di Vargas Llosa, il poeta Ungaretti che giunge alla «proda», ma che vive soltanto in movimento: è l’approdo sempre in bilico, il nodo stretto male, l’angoscia di chi sa che la fune sta per cedere in ogni momento. È il granello di sabbia, è il tepore che sta per sciogliersi sotto il rumore dei cannoni, l’eco in lontananza che annuncia il dolore e lacererà un futuro già vicino.
La proda è un’escursione in terra, un’isola che è immaginaria, perché cercata, mai trovata, regressione leopardiana verso un rifugio che è, allo stesso tempo, la tradizione, anche letteraria, della classicità: il paesaggio bucolico, lo stile combattuto fra prosa e potenza del verso, pronto a esplodere in ogni momento. Ungaretti appoggia i piedi a terra, ma come l’isola, come la mia Sardegna, ossimoro navigante nel cuore del Mediterraneo, anche lui è un ossimoro nel cuore della poesia e del mondo: lacerato, come il pastore sotto il sole cocente, bruciato dalla luce, dal riverbero, dal calore, ma mai assopito, mai placato.
È la mia Barbagia, con le pecore «ammiriacciate», strette tutte insieme per sopportare il caldo che scortica, che rallenta il ritmo delle pietre, che rende ogni colore una sfumatura fra ambra e ruggine, e le pecore si raccolgono nei pressi dell’unica ombra, e non si muovono: immobili come l’umanità ferita, che aspetta un po’ di frescura.
Quello del poeta è il disperato ottimismo della mia isola, il pastore che si gode lo spettacolo più bello del mondo, accecato dal riverbero, sonnecchiante mentre controlla ogni dettaglio, ma inquieto, perché il suo animo non può conoscere la serenità, cosciente del destino dell’uomo e dell’Europa, di lì a poco travolta dalla guerra, dal conflitto, dalla sofferenza. L’epoca, carica di nubi, invade una terra magica, un paesaggio bucolico, mitico, la ninfa, l’atavico bosco, mentre il bagliore della luce e del sole trasforma le mani del pastore in vetro: sono mani trasparenti, quelle dei pastori sardi, lecciose come l’ossidiana, vetro scuro, vulcanico, «levigato da fioca febbre». Le sfumature della luce sono una febbriciattola, che è l’inquietudine della storia che incombe e sta per inghiottire il mondo intero.
E anche il mito classico rivive senza potersi liberare di quel lato oscuro sui cui il poeta poggia i piedi, quell’amalgama che mai nessuna luce potrà sciogliere e che soltanto la poesia può concedersi il lusso di sfiorare. Il mestiere di vivere è, come in Pavese, inquietudine e mistero e la poesia è l’unica in grado di alleggerire l’uomo della sua angoscia, trascinata attraverso i secoli, riaprendo il barlume della speranza, come la larva che «languiva e rifioriva».
Negli anni successivi, quando Ungaretti scopre il dolore vero, profondo, che scava l’animo di nostalgia, ritrova anche il turbamento di Dostoevskji e dei suoi personaggi: lo scrittore che, come un palombaro, perlustra gli abissi dell’animo umano, a tentoni nella «sera perenne», il crepuscolo che avvolge la nostra esistenza.
L’isola è tutta in questi tre versi, il primo e gli ultimi due: nel mezzo, c’è l’Ungaretti del suo «periodo terribile», dopo Allegria, in cui il poeta canta la natura e l’uomo, i colori e i paesaggi del Lazio, una fase romantico-bucolica, un po’ barocca, in cui la prosa prende quasi il sopravvento sul verso poetico, ma che presagisce il passaggio al momento della sofferenza profonda, del verso che graffia come un artiglio. Ottimista disperato e, quindi, lucidissimo, trova rifugio nell’isola, ma è soltanto una breve sosta, un ulteriore passo verso un mistero che non ha misura.