Nazionalizzare/ Per Washington è una strada inevitabile

Già venerdì scorso il senatore Dodd presidente del Banking Committee aveva quasi indotto all’infarto le borse spiegando che si sarebbero potuto nazionalizzare le banche per breve tempo. Ed è pur vero che il ritardo e la vaghezza del piano Geithner avevano screditato le rassicurazioni di Obama, mi si permetta la battuta, ormai sempre più sbiancato quando deve parlare di banche. Ma, certo, il comunicato congiunto di Tesoro, Federal Reserve, e Autorità federali, per giunta così esplicito fa la sua drammatica impressione. Vi si dichiara che «agli istituti (di credito) potrebbe essere richiesto di dare al governo il diritto di acquistare azioni ordinarie, con diritto di voto». E Citigroup ne approfitta subito: arriva la notizia della trattativa per cui il governo ne rileverebbe fino al 40%. Dunque un’altra emergenza, e tanto grave che neppure può attendere l’inizio di quegli «stress test» promessi dal Segretario al Tesoro per verificare, a partire da oggi, il grado di solvibilità delle banche. Cosicché l’unica vaghezza meno vaga del piano Geithner ne risulta non solo superata, ma ridotta a paradosso: soltanto a promettere di testarla ha accelerato l’insolvenza. Tant’è che adesso s’iniziano a statizzare le banche. E gli esami sui bilanci delle 20 maggiori banche di America più che a tagliandi di controllo, somigliano ormai a biglietti funerari, per gli azionisti e i banchieri di Wall Street.

Quanto sta avvenendo non muterà, è pur vero, gli Stati Uniti d’America nella Corea del Nord, ma delegittima, toglie ogni residuo potere all’élite bancaria. Lo stato convertendo in azioni ordinarie quelle azioni privilegiate che aveva ottenuto in cambio dei 45 miliardi iniettati in Citigroup disporrà di fatto delle deleghe dell’amministratore delegato, diluirà gli azionisti e i loro valori. Del resto era inevitabile. In autunno da prestatori di ultimi istanza le banche centrali sono evolute, per alcuni giorni, a prestatori di prima e sola istanza. In altri termini il denaro evolveva a fondo statale, al quale attingere come era norma protratta nei vari stati sovietici. E il solo confronto tra gli attivi di bilancio della Federal Reserve prima e dopo di allora fa adesso drizzare i capelli. Negli Stati Uniti tra garanzie liquidità e ricapitalizzazioni lo Stato ha provveduto svariati trilioni di dollari al sistema finanziario. Inevitabile che l’aggravarsi della crisi implicasse qualche più diretto potere statale. Col ritmo di questi esami bancari, che via via somiglieranno più ai tagli delle ghigliottine, la politica piloterà le banche. E non solo conferendogli altri capitali, ma mutando in affare di politica estera gli afflussi di capitale, i conferimenti dei fondi sovrani. Già una Signora Clinton stavolta del tutto inattenta ai diritti civili ha iniziato verosimilmente a farlo nel suo viaggio in Cina. E poi si sceneggeranno le bad bank, che, come in un film di fantascienza, s’iniziano a chiamare zomby bank al fine di delinearne meglio la natura. A riguardo mi parrebbe che l’ipotesi tecnica di Soros sia più efficace di quella del ministro del Tesoro americano. Ma siamo ancora troppo nel vago per parlarne. Meglio rassicurare il nostro caro lettore dicendogli anzitutto quanto lui già sa: che il valore degli attivi impegnati dalle nostre banche all’Est non è paragonabile a quello dei titoli tossici per quelle americane. Tuttavia pure in Italia di banchieri molto nomati ma certissimi di restare sulle loro poltrone non devono essercene tanti. Del resto per una volta la figura peggiore l’hanno fatta gli altri. Anzitutto gli americani: Geithner e il suo team economico di clintoniani ridicolizzato, Obama che sparla e si perde, Greenspan che vuole statizzare, Paulson jr. che sciupa miliardi … Neppure al migliore Alberto Sordi sarebbero riusciti esiti così grotteschi, purtroppo comici.